Storia del lago d'Orta

Storia e curiosità del lago d'Orta e dei paesi limitrofi

La Torcitura di Borgomanero

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Scheda a cura di Angelo Vecchi, tratta dalla Mostra Convegno Architetture da Salvare – 22 novembre 2003 Borgomanero Salone SOMS

logo_architetture_da_salvareIl setificio V. Charollais, E. Pirjants, J. de Micheaux e C. iniziò l’attività nella primavera del 1902 inserendosi nel mercato serico di Milano. Nel capoluogo lombardo, sorse anche la sede della nuova impresa con la denominazione di Società Anonima Torcitura di Borgomanero e con consigliere delegato Vittorio Charollais. Lo stabilimento di Borgomanero, destinato a dare occupazione a 700 operai, fu realizzato su progetto dell’ing. Sozzi di Milano e la direzione dei lavori fu affidata all’ing. Carlo Tinivella e all’ing. Croppi. La nuova attività completava il panorama del nascente sistema industriale borgomanerese che già annoverava l’incannatoio di seta Imperatori quindi Leopoldo Wollert e Giulio Strazza, detto fabbrichìn, e le officine meccaniche Filippo Uecher e C., passate poi sotto il controllo di Giovanni Battista Primatesta.
La moderna Borgomanero industriale si concentrò soprattutto nella parte a nord del territorio comunale che si era andata ricoprendo di impianti, servizi e nuove costruzioni come la citata Wollert e Strazza, la cereria Savoini, la falegnameria Cassina, il Ricovero di Mendicità e la nuova sede dell’Ospedale. I maggiori complessi si avvalsero dell’apporto determinante del capitale straniero. La scelta degli investitori, specialmente nel comparto serico, fu ben oculata. Infatti, a Borgomanero essi trovarono manodopera abbondante e docile, una tecnologia evoluta (i macchinari di Charollais venivano dalla Tosi di Legnano e dalla Battaglia di Luino, industria pioniera del meccano-tessile), la disponibilità di energia elettrica, un originale know-how frutto di una secolare tradizione nella filatura della seta e di  una bachicoltura tra le più rilevanti nel mercato novarese.

L’impianto di Borgomanero, chiamato per la sua imponenza fabricon, conobbe nel tempo cambiamenti di direzione, ampliamenti e riconversioni produttive. Con la grande guerra, la favorevole congiuntura della lavorazione serica si esaurì. La fabbrica di Borgomanero, dopo il ritiro degli investitori francesi nel 1923, dovette affrontare la crisi dovuta alla concorrenza delle sete asiatiche e giapponesi e alla crisi mondiale del 1929. Senza abbandonare del tutto la linea originaria, la produzione fu estesa alla lavorazione del cotone e delle fibre artificiali, dove l’azienda mantenne alto il suo prestigio internazionale coi filati di poliammide e col marchio Borgolon.

La nuova strategia di mercato fu incoraggiata nel secondo dopoguerra dalla forte crescita del comparto. Frattanto, la proprietà dell’azienda era passata al gruppo svizzero Bryner che impresse una progressiva accelerazione ai processi di ristrutturazione aziendale specialmente negli anni Sessanta e Settanta. Produzione e produttività aumentarono insieme ai carichi e ai ritmi di lavoro. La manodopera maschile fu preferita in un quadro di maggiore flessibilità e di costante diminuzione dell’occupazione. Nel 1964, con 540 addetti l’azienda di Borgomanero produceva 1.500 q di filato e, nell’autunno del 1973, prevedeva già una produzione decuplicata di ben 15.000 q di filato con un organico inferiore ai 400 addetti. La ristrutturazione fu completata col ricorso alla cassa integrazione e con la rilocalizzazione delle produzioni tra Borgomanero e le altre fabbriche del gruppo che sorgevano a Castel Rozzone, Monte Cremasco di Pandino, Camnago di Lentate sul Seveso e, per ultimo, nel nuovo impianto di Varallo Pombia. Nei primi anni Novanta, i lavoratori si ridussero a 150, mentre il fatturato aziendale raggiunse punte record fra i 30 e i 35 miliardi di vecchie lire. L’apprezzata produzione dell’azienda di Borgomanero veniva collocata per metà sul mercato nazionale e per metà sui mercati europei, mediorientali e nordamericani.

A seguito degli ingenti danni provocati da un incendio nel 1994, gran parte della produzione fu trasferita a Varallo Pombia. Nella sede storica rimase un reparto di filatura con una trentina di operai. La sua definitiva chiusura pochi mesi fa ha segnato, dopo un secolo di attività, la fine della Torcitura di Borgomanero.

Setificio Charollais all'inizio del 1900

Setificio Charollais all'inizio del 1900

Il movimento operaio alla Torcitura

Una fabbrica non è fatta solo di architetture, tecnologie e mercati, ma anche e soprattutto della fatica e dell’opera di centinaia di uomini e donne. Agli inizi del secolo, le condizioni di lavoro erano estremamente dure, i salari molto bassi e mancavano le elementari tutele della dignità e della salute delle maestranze. In questa situazione, ben difficilmente poteva attuarsi quella concordia tra capitale e lavoro che le autorità, invitate al sontuoso banchetto inaugurale del 23 febbraio 1902 dall’industriale Charollais, avevano auspicato.

In fabbrica si formò ben presto un prima organizzazione operaia animata da un gruppo di giovani. La sua attività è descritta sulle pagine del giornale socialista “Il Lavoratore” in articoli firmati con lo pseudonimo di Libera. Altrettanto rapidamente, la chiesa locale sviluppò una propria azione pastorale  tra le filatrici che partecipavano alle devozioni presso la cappelletta costruita all’interno dello stabilimento. Nel 1904, si costituì l’Unione cattolica di miglioramento borgomanerese, dotata di una Sezione femminile di mutuo soccorso alla quale aderirono circa 500 operaie. Attorno al 1912, la stessa associazione dichiarò oltre 320 iscritte.

Queste prime forme di libera organizzazione operaia tramontarono durante il fascismo, scalzate con violenza quelle di ispirazione socialista e ricondotte sotto il controllo del regime quelle cattoliche. Solo dopo la liberazione e la fine della seconda guerra mondiale si ricostruirono libere associazioni sindacali di ispirazione confederale tra i lavoratori.

L’immigrazione dal Sud, l’introduzione di nuove lavorazioni automatizzate e il raggiungimento di una situazione di full employement provocarono negli anni Sessanta un radicale cambiamento delle relazioni sindacali nel Borgomanerese e nella stessa Torcitura. Proprio dal confronto tra questa nuova classe operaia e un gruppo di studenti nacque l’occupazione dello stabilimento tessile borgomanerese iniziata il 16 maggio 1969. La lotta, ricordata per alcuni episodi di tensione e per la presenza accanto ai lavoratori di Fausto Bertinotti, Dario Fo e Franca Rame, prese le mosse dalla richiesta di condizioni di lavoro e salariali più dignitose e, soprattutto, da fondamentali rivendicazioni di democrazia diretta come il diritto di assemblea e l’elezione dei delegati di reparto.

Negli anni successivi, il movimento sindacale dovette affrontare la difficile situazione della ristrutturazione del settore tessile e delle fibre. I lavoratori furono protagonisti di nuove agitazioni, a differenza del 1969, di carattere difensivo. Nonostante più volte, in particolare nel 1974 e nel 1976, essi facessero ricorso a forme di lotta impegnative come l’assemblea permanente, questo non valse a mutare i piani aziendali, a fermare la diminuzione degli occupati, il ricorso alla cassa integrazione e, di fatto, la progressiva deindustrializzazione del settore.

Oggi la torcitura di Borgomanero non esiste più. Al suo posto sta sorgendo un supermercato.

 

Demolizione della torcitura - aprile 2006

Demolizione della torcitura - aprile 2006 - foto F.Valeggia

 

 

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2 thoughts on “La Torcitura di Borgomanero

  1. Odio i supermercati costruiti là dove si produceva materiale di prima qualità, oggi introvabile… Lo dico perché mia moglie, maestra di merletto, usa da qualche anno vecchie spolette di seta Borgo, comprate ad un mercatino del Saluzzese, per le sue creazioni ad ago e tombolo. E’ una seta che non ha eguali, oggi, per finezza e torcitura. Sapevamo che la fabbrica era stata chiusa (inutili le ricerche di altro materiale “storico”via internet), ma che si fosse trasformata in un supermercato no, e questo ci addolora tantissimo. Quante cose belle sono sparite e stanno sparendo dalla nostra povera Italia!

    Mauro Ravera e Mia Dvorak

  2. Lo sport preferito? Ruspa e cemento armato! E avanti… quando tutta la nostra Italia sarà una bella lastra di asfalto e cemento saremo certo più felici! Beh, forse anche una bella spianata alle Alpi e agli Appennini non guasta.
    Pensate che ho sentito qualche raffinato che proponeva di coprire l’Agogna e una roggia molinara per farne dei comodi parcheggi!
    Ezio

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