Articolo tratto da “Borgomanero da bere”, Quaderni Borgomaneresi num 6 – novembre 2003

a cura di Fabio Valeggia

uvaChe Briga fosse terra di vino lo si può desumere facilmente oltre che dai racconti dei nostri nonni anche dall’avvocato Felice Conelli che già nel 1887 descriveva così il paese: “posto appiè del colle detto di San Colombano dall’Oratorio di questa denominazione eretto sul cucuzzolo del colle stesso, è fiancheggiato al mattino da ubertose amene falde coltivate a viti, e assai pregevoli peri loro vini generosi, robusti, dilicati, e di ottima riuscita”.
Di vigne e vigneti ne parla anche don Scardini, Parroco a Briga dal 1753 al 1800 e importante autore di un diario sulla storia del paese. Sul finire degli anni settanta del Settecento, infatti, si discute per la vigna della tagliata, “un pezzo di terreno zerbido e comunale” che si vuole rendere fruttifero.


Il contenzioso aperto con l’Amministrazione Comunale di Briga si chiude il 4 aprile 1780 con un ordinato del sindaco Giovanni Antonio Quirico.
Anche l’Ardicini conferma che le colline attorno al territorio brighese erano coltivate a vigneti: “Le montuosità che dolcemente circondano questo territorio sono coltivate parte a bosco, parte a vigna… Questo vino è spiritoso, secco, favorevole per la digestione, ed ottimo a pasteggarsi”.
Il già citato colle di San Colombano, luogo un tempo di prospere vigne, fu per tanti decenni sede della Sagra di San Colombano, o detta della Madonna di San Colombano, dove naturalmente non poteva mai mancare (abbondante) il vino.
Già nel 1899 documenti testimoniano che la sagra costò 103 lire e 75 centesimi, di cui 33 lire furono spese per vino, pane e formaggio.
Sul colle vissero molti eremiti, quasi tutti dediti alla coltivazione della vite e alla produzione di vino.
Di storie, sugli eremiti di San Colombano, se ne raccontano tante; una delle più note è quella dell’eremita che entrato in una botte per lavarla, rotolò fino alla piazza del paese.
Sempre sul colle di San Colombano vi furono anche importanti personaggi che poterono apprezzare il vino brighese.
Tra questi vi è persino Vittorio Emanuele III.
Si narra infatti, che nel 1907, il re accompagnato da un marchese di Gattico sale a San Colombano per osservare le Grandi Manovre.
Sul colle si trova anche il contadino brighese Giovanni Bellosta detto Märnon, che curava il romitorio dove custodiva il vino della locale vigna.
Il re vedendo quell’uomo, gli chiese un po’ d’acqua, ma il Bellosta rispose sicuro: “acqua non ne ho, ma del buon vino sì!”.
E così il re assaggiò il vino di San Colombano e si complimentò con il Märnon per la sua qualità.
Sopraggiunse un ufficiale e chiese al contadino: “buon uomo sapete con chi state parlando?”
“Certo, con un generale!”
“State parlando con Sua Maestà Vittorio Emanuele III, re d’Italia”
Il Märnon racconterà questa vicenda fino alla fine dei suoi giorni.

La coltura della vite è una coltura faticosa fatta di lotta alle malattie ed alle intemperie.
Il canonico Angelo Fara nel 1861 scriveva: “poiché da oltre un decennio uno sconosciuto malore, chiamato crittogama, ne ammorba ed insozza gli acini, i quali o non giungendo a maturazione, o spaccati per mezzo cadendo ci resero inutile il vendemmiare”.
E se contro le malattie si poteva usare la polvere di zolfo e contro la filossera il verderame, contro le intemperie occorreva rivolgersi ai santi.
Accanto alla collina di San Colombano sorge quella di San Grato. Anche questo colle, un tempo, appariva ricoperto di vigneti che producevano un leggendario bianco.
Nell’estate del 1696 i brighesi scrissero all’autorità religiosa con l’intento di “edificare un Oratorio ad honore di San Grato sopra le Tempeste et mali tempi sulla sommità della collina detta di Santa Croce”.
Insomma nella speranza di buone vendemmie i brighesi erano in animo di ingraziarsi il santo protettore in grandines, tempestates et turbines.
La chiesa venne edificata nel 1700. All’interno è rimasto come unico elemento decorativo l’affresco attribuito al pittore Gianoli di Campertogno che raffigura San Grato mentre getta nel pozzo alcuni chicchi di grandine.
Anche nei cortili di Briga fino all’inizio del Novecento, quando iniziava a cadere la grandine si raccoglieva qualche chicco e lo si gettava nel pozzo, nella speranza che il tempo risparmiasse le colture.

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