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A cento anni dai lavori del Sempione: ricordo di un caduto borgomanerese

a cura di Angelo Vecchi- Articolo tratto da “il Voltone” anno 2007 – num 1

sempioneIl 29 maggio 1905, in occasione della gita nazionale organizzata dal TCI, fu posata, su di una roccia nei pressi della stazione di Iselle, una lapide in ricordo di 57 lavoratori fino allora morti durante i lavori del Sempione. L’iscrizione, compilata sulla base di dati ufficiali e, come scrive il giornale “L’Indipendente”, su quelli raccolti dal segretario del comune di Trasquera Giacchetto, “colui che registrò le morti dei poveri martiri”, rimane alquanto lacunosa e incompleta.

La lista dei caduti, infatti, non fu aggiornata dopo la sua collocazione, né poté comprendere le vittime della tumultuosa e incontrollabile galassia di imprese subappaltanti, cottimisti, piccoli capimastri e caporali senza scrupoli, che per incrementare i loro guadagni non esitavano a trascurare elementari norme di prudenza. Senza contare che, come le organizzazioni sindacali denunciarono e come una causa giudiziaria accertò, lavoratori deceduti per conseguenza di incidenti sul lavoro potevano essere registrati come morti per diverso motivo. In questo modo, l’assicurazione realizzava un bel risparmio, non essendo tenuta a corrispondere nessun risarcimento. Non ci scapitava l’immagine dell’impresa. Si evitavano “noie” ai dirigenti, ai tecnici e ai responsabili delle squadre di lavoro. D’altro canto, le statistiche mediche contarono ben 63 deceduti per varie malattie sul solo versante italiano: un numero addirittura superiore a quello di tutti i morti ufficiali sul lavoro registrati in quegli anni nei cantieri del traforo.

Questo doloroso elenco comprende purtroppo anche il nome di un caduto borgomanerese: l’operaio Carlo Barbaglia. La fredda pietra di Iselle non dà ulteriori indicazioni su questo concittadino. Il registro di morte del 1903, conservato presso lo stato civile del nostro comune, ricorda un Carlo Antonio Barbaglia, umile manovale, nato il 23 luglio 1848 e deceduto a Bex, dove aveva domicilio, il 1 settembre 1901. Bex è un piccolo villaggio posto lungo il corso del Rodano nel cantone di Vaud. Si trova al confine vallesano ma non vicino a Briga e Naters, dove sorgevano le baraccopoli dei minatori impegnati sul versante settentrionale della galleria del Sempione. Allora, i lavoratori italiani emigrati e residenti per periodi di tempo più o meno lunghi in Svizzera erano migliaia. Tuttavia, bisognerebbe ipotizzare che il borgomanerese, dopo aver subito un grave infortunio e forse un ricovero in ospedale, venisse poi tradotto nel suo alloggio di Bex a morire. Un’ulteriore problema è rappresentato dal fatto che il nome di Barbaglia risulta sull’epigrafe tra le vittime del versante italiano dei lavori. Non sono riuscito a reperire altre notizie né sulle cronache dell’epoca né sui bollettini dei lavori che servano a sciogliere queste incertezze. Pertanto, i contorni della vicenda rimangono al momento confusi e scarni. Invece, chiaro e dettagliato è il quadro generale delle condizioni lavorative al Sempione.

La meticolosa organizzazione igienico-sanitaria predisposta dall’impresa consentì una vittoria veramente storica contro il terribile anchilostoma duodenale, responsabile della morte di diecimila minatori al Gottardo, ma non si può dire altrettanto per la sicurezza del lavoro. Alla chiusura dei cantieri, il numero delle vittime, approssimato per difetto e per puro caso inferiore a quello di altre opere simili, fece gridare alla vittoria della scienza e del progresso. In realtà, per quanto un’opinione diffusa considerasse i morti sul lavoro come una sorta di male minore e di necessario tributo da pagare alla modernità, i dati relativi sia ai morti sia agli infortunati furono, e rimangono, spaventosi. Stando ai dati ufficiali, dal 1898 al 1902, feriti, contusi e mutilati furono centinaia, mentre presso gli ospedali svizzeri e italiani furono ricoverate “in media 15 persone al giorno, delle quali 8 per medicazioni e lievi ferite”. Al termine del 1905, secondo i dati forniti dal dott. Giuseppe Volante (1870-1936), il medico dell’impresa Brand & Brandau che realizzò il traforo, gli infor­tuni sul solo versante meridionale dei lavori furono 8.000, di cui nemmeno la metà, 3.850, denunciati alla Cassa nazionale. A volte, questi incidenti lasciarono eredità permanenti e pesanti, e le vittime nella più nera miseria: mutilazioni, amputazioni o perdita dell’uso di arti, ustioni, accecamenti dovuti a eplosioni o schegge di roccia, varie forme di invalidità, senza contare tutta una serie di infermità non riconosciute allora come malattie professionali. Tuttavia, in galleria, il rischio più temuto era rappresentato dal “poiano”. Con questa parola, entrata tragicamente nei nostri dialetti, i minatori indicavano l’intossicazione provocata dai fumi delle esplosioni e dai gas venefici. Quando nei cunicoli echeggiava quel nome, gli operai in preda al panico cercavano scampo verso i condotti di ventilazione e l’aperto. L’uomo che ne è colpito “si sente martellare le tempia, stringere il capo in un cerchio, straziare il petto; perde la coscienza e stramazza al suolo”. Il più delle volte sopravveniva la morte, una morte “circondata da un’aura di pauroso mistero” che lasciava sul corpo delle vittime segni inequivocabili: un pallore rotto da chiazze violacee e la “cornea, brillante come terso cristallo”.

Le vittime erano in genere giovani e spesso provenivano dal Canavese, dalla Toscana, dalle Romagne o dalla Calabria. Erano giunti al confine elvetico emigrando da piccoli centri, tradizionali serbatoi di miseria; alcuni avevano ereditato dalle generazioni precedenti il mestiere, altri erano braccianti senza specializzazione. Potevano essere investiti da una frana di massi, come capitò alla prima vittima, il giovane diciottenne Ernesto Formenti. Gli addetti ai trasporti erano esposti a rischi di stritolamento, di schiacciamento da parte dei vagoni; di deragliamento; di sdoppiamento dei trenini per rottura dei ganci. Si verificò anche il caso di un manovratore che, addormentatosi per la gran stanchezza “sulla strada” del ritorno dal lavoro, fu travolto da un convoglio. Un’altra fonte di grave pericolo era rappresentata dalle mine: le esplosioni potevano ustionare o lanciare con violenza schegge che potevano colpire gli uomini, provocando orrende amputazioni e dissanguamenti. Le imprese attribuiva questi eventi ora a fatalità e “a pura disgrazia”, ora alla violazione dei regolamenti e ora “all’imprudenza”. I lavoratori sostenevano invece che erano proprio certi superiori che, per recuperare i ritardi accumulati, li spingevano a fare in fretta ignorando anche le più semplici procedure di sicurezza. A queste denunce, i collegi legali delle ditte reagirono con decisione, trascinando più volte davanti al tribunale il segretario della Camera del Lavoro Vittorio Buttis (1866-1950) e ottenendo la sua condanna con imputazioni che oggi non sarebbero considerate tali ma l’esercizio di diritti e libertà fondamentali. Nel marzo 1903, egli fu quindi arrestato e tradotto nelle carceri di Milano per scontare una pena di ben trenta mesi e dieci giorni. Qui il sindacalista –ricorda nelle sue memorie- ricevette la lettera di una vedova del Sempione. All’interno vi trovò 15 sudatissime lire, di cui la povera donna si privava, con scritto: “Lei è in carcere per noi accetti questo segno della mia gratitudine”.

“Mining district!”, così esclamò un viaggiatore nordamericano nel 1904 alla vista della fetida bidonville cresciuta a Balmalonesca, dove si ammassavano in condizioni igieniche e sociali infime i minatori e le loro famiglie. La somiglianza era solo apparente: nel far west, concrete erano le possibilità di migliorare e far fortuna ed enormi erano le risorse e le potenzialità di sviluppo sociale ed economico; invece, sulla frontiera della Val Divedro e della valle del Rodano non c’era oro ma solo l’avventura di una miseria che a malapena i bassi salari, il rischio della vita e le condizioni di esistenza, dure come la roccia, rendevano sopportabile. Molto si potrebbe aggiungere su quell’inferno del Sempione dove Carlo Barbaglia trovò la morte ai tempi in cui i borgomaneresi erano poveri. A cento anni dall’apertura del traforo, celebrati con la stessa retorica, e gli stessi silenzi, di un secolo fa, mi è parso doveroso ricordarlo.

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