L’altare maggiore della Collegiata di San Bartolomeo in Borgomanero

A cura di Laura Chironi – Articolo tratto da “il Voltone” anno 2008 – num 1

Collegiata di San Bartolomeo

Collegiata di San Bartolomeo

A partire dall’ottavo decennio del XVII secolo una serie di interventi sulle strutture e sugli arredi interni della parrocchiale borgomanerese determinò un nuovo assetto dell’edificio sacro.

In questa fase fu quasi interamente ristrutturato il settore presbiteriale che fu prolungato sul fondo scavalcando la via retrostante con il voltone.

Per il nuovo spazio che era stato creato furono realizzati gli stalli corali ad opera di mastro Giovanni Buzio nel 1685, ma prima ancora si sentì l’esigenza di collocare un altare che sostituisse il vecchio tabernacolo ormai inadeguato al nuovo impianto architettonico.

Il grande altare ligneo che si trova al centro dell’area presbiteriale fu commissionato all’intagliatore Antonio Pini di Bellagio dalla Compagnia del SS.Sacramento che fin dal 1546 era legata per statuto all’altar maggiore e doveva provvedere alla sua manutenzione.

Il Bonola nel 1896 scrisse che l’altar maggiore fu “ordinato da un Giovanni Pagani all’intagliatore Antonio Pini di Bellagio mediante contratto del 1667”; infatti entro una cartella, sul retro della cupola che corona il baldacchino dell’altare, si legge la seguente iscrizione: “IOANNIS. MARIAE. PAGANI / ET. SODALITATIS. CORPORIS. CHRISTI. / SUMPTIBUS. ERECTUM. ANNO. MDCLXXX”.

Giovanni Maria Pagano morì nel 1670 nominando erede universale la Confraternita del SS.Sacramento e lasciando espressamente una rendita per l’esecuzione del “tabernacolo”. Si occupò in seguito dei lavori il fratello Giuseppe Prudenzio che morì pochi mesi prima della consacrazione dell’altare avvenuta nell’agosto del 1680 in occasione della festa patronale. La documentazione registra le note di spesa e i pagamenti che, dopo un accenno nel 1669, si fanno più frequenti a partire dal 1674 per concludersi nel settembre 1680 con il saldo di lire 5500.

L’opera è ricchissima di elementi, a partire dalla cornice del paliotto della mensa ornato da ghirlande con frutta, elementi fitomorfi e puttini.

Sulla mensa vi sono otto riquadri con figure a rilievo che rappresentano episodi dell’Antico Testamento legati al tema dell’Eucaristia e del sacrificio: Il profeta Elia svegliato dall’angelo, la raccolta della manna, Caino e Abele, l’Offerta delle primizie della Terra promessa, il Serpente di bronzo, il Sacrificio di Isacco, il Sacrificio di Melchisedec, Tobia e l’arcangelo Raffaele. Al centro c’è il tabernacolo che reca sullo sportello un rilievo raffigurante la Pietà.

Sopra la mensa s’innalza una struttura a baldacchino sostenuta da sei angeli-cariatidi; in corrispondenza dei capitelli s’innalzano delle mensole che articolano un cornicione con elementi ornamentali; sopra c’è il busto di Dio Padre benedicente. Il baldacchino è concluso da una cupoletta rivestita di intagli fitomorfi e teste di puttino variamente disposti; sulla sommità c’è la statua del Bambino Gesù benedicente, con il globo nella mano sinistra.

Sotto il baldacchino c’è un tabernacolo a tempietto sostenuto da tre angioletti: sullo sportello anteriore è raffigurato a rilievo un ostensorio a raggio, mentre su quello posteriore c’è un ostensorio a tempietto. Il tabernacolo è a pianta ottagonale e sui lati obliqui, fra le colonne, si aprono delle nicchie con statuette di santi e una della Madonna Immacolata perdute in seguito a furti; la stessa sorte è toccata alla statuetta del Cristo risorto collocata al vertice del tabernacolo.

Completano l’opera due angeli ceroferari posti sulla mensa, ai lati del baldacchino.

Tutti gli elementi scolpiti o intagliati che compongono l’altare presentano un rivestimento cromatico che utilizza quasi esclusivamente due colori: l’oro, su preparazione rossa, e l’incarnato; vanno aggiunti tocchi rossi per le labbra e per le guance, pennellate di bruno per le barbe, le sopracciglia e le iridi, quando non sono azzurre.

Questo altare maggiore così ricco di figure con riferimenti teologici, così splendente nel suo rivestimento dorato, corrisponde alle esigenze della Chiesa post-conciliare e si adegua alle indicazioni contenute nelle “Instructiones” del Cardinale Borromeo che ribadivano l’importanza dell’altare ed esaltavano il significato dell’Eucaristia, anche in funzione antiriformistica. L’ambiente borgomanerese si dimostra ricettivo nei confronti di queste istanze: nel giro di poco più di un secolo dà tre sistemazioni diverse all’altar maggiore (Trittico 1567, Tabernacolo scolpito degli inizi del ‘600, Altare scolpito 1680) grazie soprattutto all’interessamento e al contributo della Confraternita del SS.Sacramento che ancora prima del 1546, anno di fondazione ufficiale, suscita e alimenta la devozione per il Corpus Domini.

La realizzazione dell’altare dovette apparire come il momento culminante di uno sforzo costruttivo e di ridefinizione dello spazio liturgico in funzione della centralità eucaristica. La scelta dei soggetti consente un continuo rinvio al Cristo e al sacrificio eucaristico: l’immagine del Cristo sta al vertice del tempietto e del baldacchino; l’ostensorio, nelle due forme, a raggio e a tempietto, compare sugli sportelli del tempietto; alla base doveva esserci una raffigurazione dell’Ultima Cena, andata perduta; le scene dell’Antico Testamento appartengono alla concordanza col Nuovo Testamento sul tema dell’Eucaristia e del sacrificio.

Autore dell’opera è Antonio Pini: secondo alcune fonti è di Bellagio, secondo altri di Quasso nel Varesotto; la prima opera nota è l’altare di Zuccaro commissionato nel 1663 e terminato nel 1668; seguono quello di Borgomanero e l’altare di Valpiana, vicino a Zuccaro, del 1679. Il Debiaggi non avanza altre attribuzioni, ma l’invenzione del Pini (il tabernacolo sotto il baldacchino, statuette e rilievi “narrativi”) ebbe fortuna e lasciò un’impronta rilevante nella produzione degli altari lignei valsesiani, si possono ricordare in particolare le opere che si conservano nella chiese di Vintebbio, di Piana Sesia, di Valpiana, di Masserano e di Agnona.

L’altare borgomanerese rivela un preciso piano costruttivo e decorativo in cui la varietà e la sovrabbondanza degli elementi sono ricondotte all’unità del tempietto e, ancora di più, del baldacchino, che sono il perno di un moto continuo ascensionale prodotto dal modulo “a spirale” su cui sono costruite le figure portanti della struttura. Nella sua opera il Pini ripropone la problematica barocca di spazio e di movimento, di uno spazio che non è solo simmetria, ma propagarsi di moto e di luce; in tal senso può valere un richiamo a un modello di straordinario prestigio.come il  baldacchino del Bernini in S.Pietro (1624-1633) con le quattro colonne elicoidali che determinano una vibrazione spaziale e luministica di grande suggestione.

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