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Sommovimenti popolari a Borgomanero e dintorni nell’anno 1814

a cura di Alberto Temporelli – Articolo tratto da “il Voltone” anno 2008 – num 1

Corso Mazzini fotografia

Borgomanero - Piazza

Le settimane che seguirono al vuoto di potere causato dalla caduta di Napoleone, furono contraddistinte da confusione e da violenza. Il governo di Vienna inviò guarnigioni ad occupare le legazioni e il Novarese. In questa situazione di totale sbando scoppiarono sommosse popolari un po’ ovunque in tutto il Dipartimento dell’Agogna: nel Borgomanerese, a Gozzano e nel Cusio, nella Bassa e Alta Valsesia, nell’Ossola e nel Vergante.

In seguito a questo stato di agitazione generale il Prefetto di Novara richiese soccorsi militari a Milano. Il 16 aprile 1814 fu inviata una lettera da Novara al Direttore Generale di Polizia di Milano in cui si dichiarava: “la tumultuosa effervescenza popolare continua tuttora nel dipartimento e va dilatando da comune in comune; distruggono gli archivi comunali ed in qualche luogo vengono minacciate le autorità municipali le quali in qualche comune dovettero assentarsi. Nel cantone Porta ad Arona ove più estesi furono i tumulti sediziosi vi agisce l’Ufficiale Generale Jan Paul che aveva preso stazione con 250 uomini circa oltre ad un piccolo distaccamento di cavalleria; egli protegge pure Borgomanero ove ridonò la tranquillità: fu anco da me invitato ad estendere la di lui opera e vigilanza nei più vicini comuni del Cantone di Novara. Nel distretto di Varallo si manifestò ugualmente una sommossa generale, li minacciava l’esterminio della Guardia di Finanza stazionata sulla linea di confine della Sesia la quale non potendo sufficientemente far fronte hanno dovuto ritirarsi. Le dispense della privativa vengono pure minacciate di saccheggio. Al zelo indefesso spiegato da quel Sig. Vice Prefetto non basta contenere i sediziosi  e mi viene a questo uopo richesta una sufficiente forza armata. Ho pregato il Signor Generale Jan Paul perché a quella volta ne inviasse pure un sufficiente distaccamento, ma dovendo egli agire ne’ paesi circonvicini ad Arona non poté fin’ora assecondare la mia richiesta avvegnacché per proteggere que’ soli contorni mi aveva per fin richiesto il rinvio della colonna di cento uomini che qui aveva spedito e che tutt’ora trovasi in presidio di questa centrale.

La situazione politica del distretto di Varallo richiamando quindi il più pronto provvedimento, ravvisare necessario che Ella primo Direttore Generale, volesse compiacersi di combinare il più pronto invio a questa volta di una maggior forza armata. Anche in Galliate sento ora che si sia spiegato qualche tumulto con minaccia contro del Podestà e del Segretario comunale che presero il partito di evadersi, e sebbene non tenga sin ora ufficiale e più dettagliato rapporto mi si fa credere che il Popolo ammutinato abbia dichiarato dimesso il Municipio ed il Segretario, ed abbia proceduto ad una nuova nomina.” [1].

Il 17 aprile 1814 la Reale Gendarmeria informava il Prefetto del Dipartimento dell’Agogna che alle due pomeridiane un gruppo di paesani “sono entrati coll’armi alla mano improvvisamente in Arona… dove abbruciarono tutte le carte di archivio, né si sa ancora se il Viceprefetto abbia potuto sottrarsi al loro furore. Hanno requisito molta quantità di vino e hanno preteso del denaro, e si sono (decisi di) volere marciare sopra Novara…”. Il Prefetto concludeva ordinando di mobilitare la Guardia civica [2] e che venisse “in soccorso del Dipartimento una colonna di truppa di linea,  altrimenti si può temere che i sediziosi tentino qualche ardita intrapresa, e che il loro numero vada sommamente aumentando.” [3].

Il 18 aprile 1814, alle ore 7 pomeridiane il podestà di Borgomanero Rossignoli scrisse una lettera al Prefetto del Dipartimento dell’Agogna [4] in cui comunicava che anche a Borgomanero era scoppiato un tumulto popolare che aveva provocato un incendio all’archivio comunale. Così scrive: “… contro ogni aspettazione entrò in questo Comune alle ore 11 e mezza antimeridiane un numeroso corpo di alcun malcontenti di Paesi montuosi tutti armati di vari generi d’armi, che dicesi ascendere al numero duecento e più, i quali seco Loro associarono a viva forza tutti i contadini che trovavansi qua e là occupati nella coltivazione dei terreni, ed indi si introdussero in questa Sala Municipale, da cui abbiamo appena il tempo di fuggire, ed avendo spezzati gli uscij, gettarono tutte le carte dell’Archivio nella pubblica strada e vi appiccarono il fuoco, cosiché ora nulla più vi esiste fuorché le pareti di detto locale avendo persino derubati tutti li fucili inservienti a questa Guardia Civica, e spezzate tutte le vetriate.” [5].

Il Rossignoli nel descrivere quelle ore drammatiche in cui il popolo sedizioso prendeva d’assalto l’archivio che conservava importanti documenti della Comunità, proseguì la narrazione dicendo che “nel mentre una parte di costoro eseguiva l’abbruciamento delle carte, un’altra quantità dei medesimi si portò alla Dispensa della Privativa dei Sali e Tabacchi, e vi derubarono tutto ciò, e quanto in essa di ritrovava con incalcolabile danno di questo Signor Dispensiere. Inoltre si portarono alla Casa di questo Ricevitore Comunale (il Cassiere del Comune di Borgomanero) ove asportarono alcune carte relative alla scossa (riscossione delle tasse), ed hanno a viva forza costretta la di lui moglie a dovere loro dare una somma di denaro, gridando che quello era sangue de’ Poveri.”

Desolato, il Rossignoli così concluse la sua lettera: “L’inaspettato ed impreveduto arrivo dei suddetti malcontenti non permise agli abitanti di questa Comune di mettersi sulle difese per farsi rispettare, cosicché dovettero tutti chiudersi nelle rispettive loro case, onde sottrarsi dal furore di questa gente aspettando però il momento della partenza di questi furibondi per deliberare sulla sicurezza e tranquillità del Paese; ma nell’atto in cui gliene faccio questo confuso rapporto, in vece di vedere calmata la sommossa, presento che vada anzi più crescendo, col timore di vedere questo Paese esposto a delle maggiori inquietudini” [6].

Di fronte allo stato di emergenza, il Sindaco di Borgomanero allora ritenne opportuno pubblicare un avviso invitando tutti i cittadini a difendersi con le armi dagli attacchi alle loro proprietà e alle loro persone. La Guardia Civica di Borgomanero si organizzò per arginare il furore popolare e ristabilire l’ordine e la tranquillità nel Borgo.

Un bando emanato dalla Municipalità il 21 aprile 1814 [7] e firmato, in assenza del Sindaco Rossignoli, dal vice Sindaco Savio Pagani, invitò la popolazione a chiudersi in casa. Furono prese misure precauzionali volte ad impedire ulteriore sommosse popolari. Fu vietato ogni tipo di assembramento di un minimo di sei persone sulla piazza del paese, sia di giorno che di notte; fu impedita anche ogni tipo di riunione. Dopo le ore otto pomeridiane nessuno poteva girare o restare nella piazza e nelle contrade pubbliche “senza lume” sotto pena dell’arresto. Potevano muoversi di notte per le vie solo le persone designate dalla Municipalità che collaboravano con la Guardia Civica per mantenere l’ordine pubblico. Sarebbe stato imprigionato chiunque avesse fomentato ogni tipo di sommovimento pubblico.

Nel contempo, poiché girava voce che sarebbero giunti a Borgomanero altri gruppi di rivoltosi malintenzionati, il 21 aprile 1814 il vice Sindaco Savio Pagani che aveva assunto pro tempore la responsabilità di proteggere la Comunità di Borgomanero, mandò al Generale Comandante di stanza ad Arona una staffetta con l’istanza di un urgente invio di truppe armate. Il 21 aprile 1814 un contingente di 78 granatieri della Compagnia del cap. Ruggi giunse a Borgomanero e spense l’insurrezione popolare. Il 21 maggio di quello stesso anno fu nominato l’avv. Pietro Viarana Giudice del Cantone, in nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele I Re di Sardegna.

 In quei giorni caotici anche nei paesi della Meja avvennero tumulti popolari. Gli uomini di Veruno, Revislate e Agrate marciarono compatti verso Bogogno per distruggere l’Archivio che conservava i registri dei comuni del Comprensorio di Agrate, Bogogno, Revislate e Veruno. Nell’archivio di Bogogno erano raccolte tutte le carte esattoriali, gli atti di compravendita, gli ordinati, i causati, relativi a tutti e quattro i paesi.

Il 20 aprile 1814 il sindaco di Bogogno Giuseppe Sacco inviò una lettera al Prefetto di Novara dicendo che “verso le ore undici antimeridiana, un’ora prima delle accenate ore undici venne il Sindaco informato che gli abitanti delle Frazioni di Agrate, Revislate, e Veruno fecero dare Campana a Martello per adunarsi, unirsi, e quindi portarsi nella Comune principale (cioè Bogogno) dove esiste l’Archivio Comunale Generale, ed ivi dar fuoco alle Scritture in esso esistenti, come in fatti effettuarono il loro machinato attentato.”. Appena il Sindaco e il Segretario Guglielmetti furono avvisati di ciò che stava accadendo, si portarono presso l’archivio e “prima della venuta dei malintenzionati” sottrassero dall’archivio le carte più importanti affinché non venissero distrutte, cioè i “bilanci, intrumenti, ed altro, ed avrebbero assicurato anche il rimanente delle altre Carte se il tempo l’avesse permesso; ma sopragiunti della forza armata delle tre Frazioni suddette, preceduta dal suono di tamburo (N.B. Prevenuti tanto il Sindaco, che il Segretario trovandoli l’avrebbero passata male) si ritirarono entrambi per salvarsi.”.

Gli abitanti di Bogogno non avevano preso parte all’insurrezione popolare, anzi ostacolarono come meglio poterono l’azione sediziosa dei popolani malcontenti. Erano entrati “trecento e più abitanti delle suddette Frazioni armati, chi di fucile, chi di falce, chi di tridente, chi di scure, e chi di bastone, spogliarono l’archivio delle carte rimaste in esso per mancanza di tempo le portarono alla pubblica Piazza ed in mezzo al loro eviva le abbruciarono” [8]. I danni però furono irrisori perché il segretario di Bogogno Guglielmetti, avvisato anzitempo da alcuni suoi amici, nascose in un luogo sicuro la maggior parte dei documenti più importanti, lasciando ai rivoltosi solo scartoffie di scarso rilievo.

Le sollevazioni di popolo vennero represse con rigore dalle truppe militari. Cessato il Regno italico, il Congresso di Vienna restaurò le antiche dinastie: Ferdinando III in Toscana, Pio VII a Roma, Francesco IV a Modena, Vittorio Emanuele I in Piemonte. Si stabilì che il Novarese tornasse al Regno Sardo guidato dal re Vittorio Emanuele I che abolì tutte le leggi napoleoniche e restaurò le Regie Costituzioni del 1770. L’ordinamento amministrativo locale fu riportato alle leggi del 1775. Vittorio Emanuele I avviò l’espulsione di tutti i francesi che abitavano dal 1792 nel regno sabaudo, ripristinò l’uso della ruota per la tortura, lo strascicamento, lo smembramento del giustiziato, fu reintrodotto negli interrogatori dei rei l’uso della tortura.

L’insegnamento di Beccaria alla tolleranza e al rispetto della persona umana anche se colpevole, espresso nel volume Dei Delitti e delle Pene (1764), fu totalmente rimosso. Iniziò una nuova fase della storia.

[1] ASNo, Prefettura del Dipartimento dell’Agogna, Tumulti, b. 864.

[2] La Guardia civica era formata da cittadini che non svolgevano un servizio continuativo e venivano chiamati alle armi solo in caso di necessità. Oltre a garantire l’ordine pubblico, i militi della Guardia civica fungevano da guardie daziarie, pattugliavano il territorio in cui erano impiegate contro eventuali azioni di brigantaggio, garantivano l’ordine pubblico durante le feste religiose e civili.

[3] ASNo, Prefettura Dipartimento dell’Agogna, Tumulti, b. 864.

[4] ASNo, Prefettura del Dipartimento dell’Agogna, Tumulti, b. 864, Lettera del 18 aprile 1814, ff. 201 e sgg.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] ASNo, Prefettura del Dipartimento dell’Agogna, Tumulti, b. 864, f 165.

[8] ASNo, Prefettura Dipartimento dell’Agogna, Tumulti, b. 864.

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