Le Grandi Manovre del Sempione

tratte da uno scritto di Angelo Vecchi

grandi_manovreColle della Guardia di Bugnate, giornata del 1 settembre 1907: quello fu il momento culminante delle Grandi Manovre del Sempione.

Qui, si erano trasferiti, quel giorno:

– la Direzione delle manovre, con il capo di Stato Maggiore gen. Tancredi Saletta (Torino 1840 –Roma 1909),

– la Commissione Governativa d’Inchiesta,

– il sovrano, Vittorio Emanuele III (Napoli 1869 – Alessandria d’Egitto 1947), che già era stato presente alla Guardia, in particolare il 30 settembre.

La giornata non era delle migliori. Le piogge dei giorni precedenti si erano portate via l’estate. Di prima mattina, dalla terra si alzava una nebbia quasi autunnale, tanto che l’aerostato, che lo schieramento azzurro aveva predisposto a Borgomanero, non riuscì ad alzarsi.

Eppure, dal Colle della Guardia si godeva di uno spettacolo incantato che forse nemmeno gli sfortunati areonauti avrebbero potuto contemplare dall’alto del loro pallone.

Il lago era molto diverso da oggi. Era di una vitalità prorompente; uno dei più pescosi dell’arco alpino, dava nutrimento alla popolazione della Riviera e lavoro a una grande cooperativa di pesca. Non esistevano le aree industriali, la cementificazione e i serpenti d’asfalto di oggi. Gli odori erano forti e rustici, ormai settembrini. Un grande squarcio bianco, le cave di Alzo in piena attività, tagliava a ovest come una rasoiata la “bomboniera” del lago. Oggi, la vegetazione ha in gran parte pietosamente rimarginato quella ferita.

Nessuna meraviglia che il sovrano venisse impressionato e colpito dallo spettacolo di questa terra che gli apparteneva in modo particolare: infatti, dal 1763, all’atto dell’estinzione della casa d’Este di Borgomanero, i Savoia avevano aggiunto ai loro titoli quello del Marchesato di Borgomanero e Cureggio.

Vittorio Emanuele III era da pochi anni salito al trono in circostanze drammatiche. Per vendicare i massacri di Milano del maggio 1898, l’anarchico Gaetano Bresci aveva ucciso a Monza, il 29 luglio 1900, il re Umberto I. A 31 anni, sulle spalle del figlio Vittorio Emanuele, che fino a quel momento era vissuto appartato, ricadeva la responsabilità del giovane e fragile stato italiano.

Furono certamente tra gli anni meno traumatici di un regno tanto discusso e agitato da immani tragedie come due guerre mondiali e un ventennio di feroce dittatura.

Furono anni allietati dalla nascita dei primi tre figli: Jolanda nel 1901,Mafalda nel 1902, Umberto nel 1904, proprio il 15 settembre, ma soprattutto furono anni lontani da quell’autoritarismo che aveva spinto il padre Umberto I a ostacolare lo sviluppo di moderne prerogative parlamentari e l’evoluzione democratica del Paese.

Nell’anno 1907, ci troviamo nel cuore pulsante dell’ “epoca giolittiana”. Giudicata con disprezzo dai conservatori, oltraggiata durante il fascismo, avversata per motivi diversi dai rivoluzionari, la condotta di Giovanni Giolitti, che fu fino allo scoppio della prima guerra mondiale la personalità dominante della politica italiana, è stata dagli storici rivalutata e giudicata positivamente con maggiore distacco ed equilibrio.

Il liberale Giovanni Giolitti, che nel 1907 ricopriva la carica di primo ministro nel suo terzo ministero, aveva ben chiaro che

– operai e contadini malpagati, e peggio nutriti, non potevano produrre efficacemente, né accedere al mercato, né consumare, né costruire un paese moderno –e questo gli valeva l’accusa delle destre di essere filosocialista;

– e riteneva altresì Giolitti che l’Italia, per progredire, avesse vitale bisogno della pace per poter concentrare le sue limitate risorse nello sviluppo.

Quel 1907, fu un anno formidabile e, al tempo stesso, contraddittorio. Fu un anno di conflitti sociali e lotte di classe, anche perché l’imponente sviluppo industriale ed economico che l’Italia aveva iniziato dal 1900 e che aveva lasciato stupefatte le grandi potenze, il big spurt, si arrestò all’improvviso. La crisi era internazionale, prima borsistica (negli Stati Uniti ne uscirono per l’intervento di John Morgan), poi, dal mese di ottobre, bancaria. In tutto il Paese, si celebrava il centenario garibaldino e, sui monti del Biellese e della Valsesia, quello dolciniano. Il 6 febbraio, l’Italia perdeva il premio nobel della letteratura Giosue Carducci, ma acquistava il primo e unico premio nobel per la pace, conferito al colonnello Teodoro Moneta (1833-1918). L’8 settembre papa Pio X condannava con l’enciclica Pascendi dominici gregis il modernismo.

Come possiamo pensare che questi e altri avvenimenti, così complessi e incalzanti, non investissero le forze armate, una delle istituzioni più grandi e più sensibili da un punto di vista sociale e politico della nazione? Infatti, le Grandi Manovre del Sempione registrarono puntualmente, come un sismografo, l’insieme di queste tensioni, ma ovviamente furono altrettanto condizionate dal complesso quadro internazionale.

Il 30 luglio, si chiuse con un compromesso sulla Manciuria la guerra tra la Russia e il Giappone, un fatto storico di portata epocale: per la prima volta, un Paese appartenente al mondo colonizzato sconfiggeva una potenza occidentale. Affondava così, insieme alle navi da guerra dello zar, il mito dell’invincibilità europea.

D’altro canto, giungeva a scadenza il trattato della Triplice Alleanza che legava l’Italia al Reich tedesco, allora uno dei nostri maggiori partner economici e finanziari, e all’Impero austro-ungarico.

La Triplice fu rinnovata nel mese di giugno 1907 fino al 1914, ma nel frattempo il nostro governo aveva seguitato quel cauto processo di riavvicinamento a Francia, Gran Bretagna e Russia che permetterà lo sbarco delle nostre truppe coloniali in Cirenaica e Tripolitania nel 1911 e prefigurerà gli schieramenti del primo conflitto mondiale.

Le tensioni con gli alleati imperi centrali non mancavano. Il cancelliere tedesco Bernard von Bülow paragonava la crescente intesa italiana con le democrazie e con l’autocrazia zarista a innocenti “giri di valzer”, ma il nuovo capo di Stato Maggiore austriaco Franz Conrad von Hötzendorf non nascondeva il proprio odio contro gli italiani e teneva provocatorie manovre militari in Tirolo, giungendo, nel 1908, a suggerire una guerra preventiva contro un’Italia messa in ginocchio dal terremoto di Messina e Reggio e, per questo, incapace di reagire a un’aggressione. In Austria, si susseguivano, suscitando apprensione nell’opinione pubblica, gli incidenti tra gli studenti irredentisti e tirolesi a Innsbruck.

In questo contesto nasce il progetto delle Grandi Manovre del Sempione del 1907. Questo avvenimento non va confuso con le comuni esercitazioni che ogni estate le truppe di stanza a Novara e Vercelli effettuavano sul Lago d’Orta a Pogno e Boleto, nel poligono di Prapiano.

Le Grandi Manovre richiedevano la mobilitazione di interi corpi d’armata contrapposti e si svolgevano attorno a un “tema” che, nel 1907, fu inconsueto: un’invasione straniera proveniente dalla Francia e dalla Svizzera, a seguito della violazione della neutralità elvetica da parte degli aggressori (il partito rosso), e la risposta difensiva (il partito azzurro).

Per lungo tempo, si era ritenuto che le Alpi fossero un confine molto vulnerabile  e che “l’Italia si difendesse sul Po”.

L’istituzione del corpo degli Alpini nel 1872, da parte dell’allora ministro della Guerra, il novarese gen. Cesare Magnani Ricotti (Borgolavezzaro 1822 –Novara 1917), unico corpo a reclutamento regionale del nostro esercito, segnava un importante cambiamento di prospettiva.

Nel 1878, il gen. Giuseppe Perrucchetti (Cassano d’Adda 1839 -Cuorgné 1916), l’ideatore degli Alpini, indirizzava agli allievi della scuola di guerra il saggio Teatro di guerra italo-svizzero. Studio di geografia militare.

Poi, a partire dagli anni ’80, era venuto prima lento poi impetuoso lo sviluppo industriale del Nord: come si poteva lasciare Milano e Torino, il cuore produttivo della nazione, e delle fabbriche d’armi, nelle mani di un nemico, senza colpo ferire? Quindi nel 1906, era entrato in attività il tunnel ferroviario del Sempione che cambiava di nuovo in modo profondo il quadro strategico. Il controllo della galleria avrebbe consentito agli aggressori di riversare sulla Pianura Padana ingenti quantità di mezzi e uomini in brevissimo tempo.

Con le Grandi Manovre del 1907, dunque le nostre forze armate iniziarono a predisporre quell’apparato difensivo che si concretizzerà con la realizzazione, tra il 1916 e il 1918, dell’imponente linea Cadorna e di altre opere di fortificazione alpina.

Dopo la Grande Guerra, non ci saranno più Grandi Manovre, con l’impiego di diversi corpi d’armata, e questa decisione fu preceduta da interminabili discussioni sulla effettiva utilità di queste costosissime esercitazioni che, tra l’altro, comportavano un costo umano non indifferente (anche nel 1907 ci saranno morti e numerosi feriti).

Tuttavia, le manovre del 1907, più di quelle del 1903 o del 1905, proposero alcuni spunti particolari da un punto di vista tecnico e politico che vanno sottolineati.

Da un punto di vista tecnico, furono sperimentati diversi congegni:

– dai nuovi forni da campo agli apparecchi di segnalazione e comunicazione;

– dai picozzini e dalle vanghette che buona prova avevano fatto in Manciuria alle nuove divise degli alpini;

-dalle mitragliatrici Maxim al congegno più bizzaro che fu certamente la bicicletta-barella, secondo il principio “un sano trasporta un ammalato”: non ebbe grande successo a giudicare dagli eventi successivi.

Di maggiore e rilevante importanza furono:

-gli impieghi delle tanto discusse artiglierie Krupp da 75/27;

-l’apporto motoristico ai rifornimenti e alla logistica, che fu indubbiamente un aspetto centrale e innovativo delle manovre.

Gli automobili (in origine di genere grammaticale maschile, sarà poi il vate D’Annunzio a consacrare l’appartenenza del nome al genere femminile: l’automobile è donna)  avevano già fatto la loro comparsa nelle manovre del 1903. Nel 1907 il loro utilizzo fu ben più ampio:

– a ogni generale fu affidata una automobile;

– fu presente un nucleo automobilistico;

– nel solo deposito di Borgomanero furono parcheggiate 40 vetture;

– una trentina di camion servirono per il trasporto di carne, pane e avena;

– furono usate alcune motociclette.

Ci troviamo in mezzo al guado di un delicato passaggio tecnico e culturale della modernità dal cavallo vivente al cavallo vapore, dall’animale al motore, un passaggio che va ben al di là del puro ambito bellico e che andava generando reazioni contrastanti e inconsuete

Giovanni Cena, scrive nel 1904 il romanzo Gli Ammonitori in cui racconta la storia di un operaio torinese disoccupato che, disperato, per protesta, si suicida gettandosi sotto le ruote dell’auto di Vittorio Emanuele III: singolare e straordinario rovesciamento della parabola di Bresci.

A Roma nel 1905, un inconsueto Trilussa dà la parola a un cavallo pacifista che si ribella, recalcitra, non vuole più andare in guerra e dice al suo lanciere:

… so’ ‘na bestia troppo nobbile

pe prestamme a l’infami che fai tu:

Se voi la guerra vacce in automobile,

n’ammazzerai di più.

La nascita degli automobili, purtroppo, era stata contemporanea a quella degli incidenti automobilistici e le parole del poeta romano ben rappresentavano l’inquietudine e la diffidenza che questi mostri meccanici suscitavano in larga parte dell’opinione pubblica. Altri, invece, e il loro numero cresceva di giorno in giorno, subivano il fascino della velocità, dello sport e degli allori che l’Itala e la Isotta Fraschini mietevano, proprio in quelle settimane del 1907, sui circuiti internazionali e sognavano un’Italia potente, imbattibile e imprendibile.

Da un punto di vista politico, le manovre del Sempione, in particolare i servizi e i cannoni Krupp, furono al centro dell’attenzione della Commissione d’Inchiesta sulle forze armate istituita con la legge del 3 giugno 1907. I lavori della Commissione durarono fino al 1910 e s’intrecciarono con una svolta determinante della politica giolittiana. Dal 1907, la spesa militare prese a salire in modo consistente e iniziò un periodo importante di riordino dell’apparato offensivo e difensivo e di aumento degli effettivi, Alpini compresi.

Tuttavia, mi pare ancora più significativa, in coincidenza delle Grandi Manovre, la discussione sulla questione morale dell’esercito e su quello che venne definito allora con termine tipicamente da Belle Epoque il “modernismo militare”.

Leader di questo movimento che si proponeva al tempo stesso

 – di migliorare la condizione economica e di carriera dei sottufficiali;

– di ammodernare e rendere più efficienti le forze armate, ricostruendone il prestigio scosso dalle sconfitte coloniali;

– di valorizzare l’apporto psicologico e morale dei graduati e dei combattenti, e il rapporto di fiducia con la popolazione civile

fu il capitano di fanteria Fabio Ranzi (Tivoli 1859-Roma 1922).

Allo scopo di rafforzare questo movimento, Ranzi aveva prima condotto una dura polemica contro i pacifisti e poi fondato un giornale che ebbe ampia diffusione tra i militari, “Il Pensiero militare”.

Ranzi fu presente alle nostre Grandi Manovre, accolto trionfalmente -qui tutte le cronache concordano- con manifestazioni di grande entusiasmo dagli ufficiali e dalle truppe. Insomma, per i diretti interessati fu la vera “star” dell’evento. Egli trovò il sostegno di un altro autorevole osservatore presente alle manovre del Sempione, Giovanni Borelli (Pavullo 1867 –Fontevivo 1932), destinato a diventare uno degli esponenti di punta del nazionalismo italiano.

Scrisse Ranzi sul suo giornale che “le Grandi Manovre del 1907 segneranno una data memorabile nel progressivo sviluppo delle nostre istituzioni militari”, rendendo universalmente manifesta “l’esistenza  di una nuova coscienza militare”. Ranzi aveva puntato molto sull’avvenimento perché si trovava nel momento culminante della sua popolarità e in quello più delicato della sua battaglia.

Ranzi perse questa battaglia, ma la validità delle sue intuizioni trovò purtroppo tragica conferma nella Grande Guerra: l’attenzione alle risorse umane e “morali” del combattente fu un elemento decisivo nella ripresa italiana dopo la sanguinosa e traumatica rotta di Caporetto.

Naturalmente, le manovre ebbero un impatto consistente sull’economia delle nostre popolazioni. I giornali locali scrivono della presenza di oltre 70 mila uomini che indubbiamente alimentarono gli affari di affittacamere, esercenti, commercianti, piccoli imprenditori.

Un esempio valga per tutti: la pasticceria Viganotti, al momento fornitrice ufficiale del sovrano, offrì la sua produzione di “brutti ma buoni” ottenendo un buon ritorno sul piano pubblicitario.

Solo i contadini ebbero più danni che vantaggi e i raccolti, risparmiati dalla grandine ma non dai soldati, furono indennizzati come la legge prescriveva ma coi consueti ritardi burocratici.

Più interessanti ancora sono quegli aspetti di costume legati alle Grandi Manovre, rivelatori dei profondi cambiamenti in atto e dello spirito di un’epoca vitale e turbolenta.

La presenza del re offrì il destro per una eccezionale mobilitazione delle forze costituzionali che si prodigarono ovunque.

A Borgomanero, dove il sovrano era presidente onorario della Società degli Operaj, alle maestranze fu concesso dai padroni il 29 agosto addirittura “un quarto di giornata di riposo” per festeggiare il Savoia. Manifestazioni analoghe ritroviamo a Gattico, dove il re risiedeva presso la villa del marchese Nicolò Leonardi, a Briga, a Gozzano e altrove.

Unica nota controcorrente, fu il sindaco repubblicano di Boleto, Isidoro Bedoni, il celebre “presidente della repubblica di Boleto”. Nel nostro lago, allora, i repubblicani erano rari nantes, erano una merce rara, e l’origine di questo epiteto è avvolta nella leggenda, così come si racconta che il sindaco accogliesse durante le Grandi Manovre il sovrano col tricolore privo dello stemma sabaudo e che Vittorio Emanuele III si rivolgesse con cordialità e ironia a quell’impetuoso amministratore. Quello che è certo è che l’avvocato Bedoni, figura cristallina, pagò duramente la propria coerenza morale e politica. Qualche anno dopo, fu bersaglio di una campagna diffamatoria disumana e di incredibile violenza condotta dagli avversari politici boletesi, e non, che si proponevano, oltre che di privarlo di ogni carica pubblica, di “far dimenticare per sempre il nomignolo di repubblica affibbiatoci fin qui tanto frequentemente e volentieri da vicini e da lontani”.

Per quanto l’osservazione possa apparire in controtendenza rispetto al resto d’Italia, nelle nostre plaghe, le Grandi Manovre rivelarono chiari segnali del tramonto dell’anticlericalismo postunitario e di riavvicinamento fra stato ed esercito da una parte e chiesa dall’altra. Anche qui gli esempi sono molti, qualcuno veramente sconcertante e doloroso, altri curiosi, come il crollo del Santuario di Boca, nel tardo pomeriggio di venerdì 30 agosto. Non ci furono vittime e poco dopo sopraggiunse un drappello di fanti che avrebbero dovuto trascorrere la notte nell’edificio: se fossero giunti prima sarebbero stati sepolti dalle macerie. Scampato il pericolo, si incominciò a mormorare dunque di un evento quasi miracoloso.

Le Grandi Manovre segnarono anche un primo impatto delle popolazioni della zona coi mass media. Furono presenti con propri inviati alle manovre una ventina di giornali, tra cui i maggiori quotidiani e anche un corrispondente straniero, collegati per via telegrafica con le proprie redazioni. Questo apparato rifletteva un interesse dell’opinione pubblica straordinario e di certo maggiore di quello riservato alle precedenti Grandi Manovre.

L’incontro dei locali con questo altro aspetto della modernità, non sempre fu felice.

Immaginate, per esempio, come poteva reagire un napoletano verace e colto, dalla penna raffinatissima, di fronte sia allo spettacolo molto provinciale che potevano offrire i nostri borghi, sia alla povertà e chiusura delle nostre popolazioni rurali. Antonio Scarfoglio (1886-1969), figlio d’arte di Matilde Serao e Edoardo, fondatori de “Il Mattino” di Napoli, giornalisti e intellettuali di valore assoluto, fu inviato da “La Stampa” a seguire le manovre.

Nelle sue corrispondenze, non mancò di descrivere i borgomaneresi come li vedeva: burini, immusoniti, tristi, rossi come diavoli, avvolti in nugoli di mosche, senza rinunciare con ciò a una sottile vena di umorismo.

Purtroppo, i borgomaneresi, forse troppo oppressi dalla vita grama di ogni giorno e poco propensi a sorridere, seguitarono a tenere il muso e non capirono l’ironia. Se l’ebbero a male e attesero il povero Scarfoglio con pali e forche per linciarlo. Cercò di riparare, racconta egli stesso, nelle cantine del municipio ma invano. Il custode lo scovò e, invece di aiutarlo per elementare spirito di pietà e di solidarietà umana, si mise a gridare a gran voce: “È qui, è qui!”. Alla fine, sottratto a stento alle ire della folla inferocita, travestito da donna, Scarfoglio fu messo al sicuro dai carabinieri.

L’anno successivo prese parte e con successo al mitico raid New York-Parigi, messo in scena dal celebre film La grande corsa con Tony Curtis e Jack Lemmon: forse, per maggiore sicurezza, Scarfoglio voleva mettere una distanza ancora più grande tra lui e quella Borgomanero dove non si erano certo dimenticati della sua venuta.

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Targa a ricordo della frase pronunciata dal re

Colle della Guardia di Bugnate, 15 settembre 2007, dopo il secolo “breve”, per usare la definizione di Eric Hobsbawm, cosa rimane di tutto questo ?

Nell’immediato, le Grandi Manovre lasciarono un’evidente impronta sull’immaginario collettivo. Qualcuno ironizzò sul fatto che, dopo nove mesi nel maggio 1908, si sarebbero raccolti ben altri frutti di quella presenza di decine di migliaia di giovani aitanti. Chissà quanti occhi di fanciulle avranno ammaliato la gioventù di quelle divise. E quanti occhi di monelli avranno per un attimo incantato e rapito le armi scintillanti, i motori, la marzialità. E quante lacrime di orgoglio e di rimpianto saranno spuntate sugli occhi stanchi dei vecchi garibaldini e dei reduci delle campagne risorgimentali.

Il ricordo delle Grandi Manovre, della presenza di Vittorio Emanuele III e delle parole da lui pronunciate alla Guardia durò a lungo. Nel 1916, il giornale “L’Amico” riportava quella frase come espressione di rammarico del sovrano perché “questo lembo delizioso di terra italiana sia poco conosciuto”.

Una testimonianza importante, perché prova come quegli avvenimenti fossero ormai entrati, passando di bocca in bocca, di racconto in racconto, nella leggenda e fossero diventati materia, ricorrendo a un’espressione cara al grande mitologo e germanista Furio Jesi (che abitò e certamente amò le sponde del nostro lago), di una macchina mitologica.

In definitiva, è proprio questa “macchina” che ha portato all’iscrizione del dottor Clemente Ferraris che oggi è stata celebrata. I contorni di quel marmo scomparso sono incerti, ma questo non è un limite perché non fa che accrescerne il fascino e l’aura mitica.

E oggi, in definitiva, ricordiamo il mito di un’Italia che non esiste più, poverissima e grande al tempo stesso, dolente, più umana e forse, per certi aspetti, più felice, travolta e spazzata via per sempre dalla Grande Guerra che nulla lascerà come prima.

Permettetemi un ringraziamento particolare: un pensiero al compianto professor Ernesto Lomaglio che per primo indagò risvolti locali e segreti delle Grandi Manovre, nei lontani anni 1977-78, al quale sono debitore, e un altro pensiero al compianto Sergio Bellosta e a Rocco Fornara, in perfetta salute tra noi, senza cui sarebbe andato perso un pezzo importante della memoria di quell’avvenimento, ai quali siamo tutti debitori.

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