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a cura di Angelo Vecchi – Articolo tratto da “il Voltone” anno 2011 – num 1

RIMASTO LÀ NELLA GLORIA CON NOME NON SUO

Il tenente Costantino Pagani nella spedizione dei Mille

Il garibaldino Costantino Pagani è l’unico borgomanerese a trovare posto nella letteratura risorgimentale.

La sua morte a Calatafimi, sotto il nome di battaglia di De Amicis, è ricordata dai più importanti memorialisti del secondo Ottocento.

Ippolito Nievo scriveva il 15 maggio 1860, giorno della battaglia, nel suo Giornale della Spedizione di Sicilia:

Ippolito Nievo scriveva il 15 maggio 1860, giorno della battaglia, nel suo Giornale della Spedizione di Sicilia:

«I napoletani respinti dalla prima altura si riordinano sulla seconda, rinforzati dai loro bersaglieri che si vanno riconcentrando. In questo assaltò morì il tenente De Amicis, uno dei più intrepidi volontari dell’ultima campagna

Nonostante fossero passati dodici anni, non lo dimenticò Giuseppe Garibaldi nelle Memorie autobiografiche del 1872:

«De Amici, anch’egli dei Cacciatori delle Alpi e delle guide, da valoroso morì tra i primi sul campo di battaglia.»

Giuseppe Bandi, che del tenente Pagani ha tracciato il ritratto più profondo, con queste parole ne ricordò il sacrificio in I Mille. Da Genova a Capua:

«Incontanente, avuto questo rinforzo [dei bergamaschi], ripetemmo l’assalto, e montammo su. Ma la prova fu infelice anche questa volta; e dopo aver lasciati per terra alquanti de’ nostri, fra i quali il tenente De Amicis, che avendo veduti i cannoni, era corso a compiere il suo voto, tornammo dietro la provvidenziale trincea

Giuseppe Cesare Abba, riprendendo nel 1891 la pagina di diario scritta il giorno seguente la battaglia, scrisse in Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille:

«Ora, di qui, io veggo il colle quieto e deserto. Ieri fin le pietre parevano là vive ad aiutarci! I nostri morti che giacciono su quei dossi, sono più di trenta. Gli ho quasi tutti dinnanzi gli occhi, come erano due giorni or sono, baldi, confidenti, allegri. Ma un d’essi mi mette non so che sgomento nell’anima, quell’ufficiale che vidi a Novi, che rividi a Salemi, e non rivedrò mai più. Anche De Amicis è morto, è rimasto là nella gloria con nome non suo! »

Nei Ritratti e profili del 1912, sempre Abba aggiunse:

«… Costantino Pagani, di Borgomanero, tenente di fanteria, disertato da Genova, che cadde morto a Calatafimi, sotto il nome di De Amicis, e giacque là nella sua bella divisa, con vicino alla bella testa il suo berretto listato d’argento. »

La sua figura colpì i contemporanei e i compagni di lotta, che ne conservarono il ricordo, che ne scrissero, se erano in grado di farlo, tanto che siamo in grado di ricostruire la sua breve presenza in Sicilia, gli ultimi giorni della sua vita giorno dopo giorno, quasi minuto per minuto.

Dopo aver combattuto nel 1859, nei Cacciatori delle Alpi, meritando una menzione onorevole, proprio in quella campagna in cui i garibaldini avevano sostato a Borgomanero tra il 20 e il 21 maggio, Pagani era tornato a combattere con Garibaldi nella spedizione dei Mille.

Raggiunse la stazione di Novi in treno con l’intento di proseguire per Genova e qui incontrò per la prima volta Giuseppe Cesare Abba, che ricordò l’episodio nella noterella “Nella stazione di Novi”:

«Vi sono dei soldati di fanteria che aspettano non so che treno. Un sottotenente mi si avvicinò e mi disse: – Vorrebbe telegrafarmi da Genova l’ora che partiamo?

Io, né sì né no, rimasi lì muto. Che dire? Non ci hanno raccomandato di tacere? L’ufficiale mi guardò negli occhi, capì e sorridendo soggiunse: – Serbi pure il segreto, ma creda, non l’ho pregata con cattivo fine.

E si allontanò. Voleva chiamarlo, ma ero tanto mortificato dall’aria dolce di rimprovero con cui mi lasciò! È un bel giovane uscito, mi pare da poco, da qualche collegio militare; alla parlata piemontese. Innominato mi resterà più caro e desiderato nella memoria.»

Il 5 maggio, dallo scoglio di Quarto, fervono le operazioni d’imbarco. Il 6 maggio, i due vapori, il Piemonte e il Lombardo, “verso le 3 ant.” – scrive Nievo, salpano. Il 7 maggio, si formano a bordo le compagnie e Pagani viene assegnato allo stato maggiore al seguito del sessantenne palermitano Ignazio Calona. Nel pomeriggio dell’11, avviene lo sbarco a Marsala. Qui Pagani incontra Bandi. I due si conoscono e insieme iniziano a scoprire un’Italia sconosciuta, quella dell’isola, del caldo soffocante, dei siciliani, alcuni dei quali erano vestiti di pelle di capra, dei retaggi della dominazione araba. Narra Bandi:

«Mentre ero fermo per accendere un sigaro, vidi una bella carrozza a due cavalli, e dalla carrozza si affacciò il tenente De Amicis, aiutante maggiore in uno dei reggimenti della brigata Reggio, venuto via, come me, senza dare neanche il buongiorno al colonnello.

– Ehi, – mi disse De Amicis – ti diverti ad andartene a piedi con questo caldo e questo polverone?… Vedi, c’è posto finché vuoi; monta su. –

E ordinò al cocchiere che fermasse.

– E dove hai presa questa carrozza? – gli chiesi nel salir su.

– L’ho veduta nella rimessa di un signore e me la sono fatta mia fino a stasera. Ero rimasto in Marsala per ordine del generale, a vigilare che i cannoni e i barocci partissero in buona regola e non rimanesse indietro nessuno strascico, e m’è parso duro il raggiungervi a piedi. –

E poi, sdraiandosi voluttuosamente, soggiungeva:

– Che vuoi? Per questi ottant’anni che mi restano da campare, voglio godermi un po’ il mondo. Io ti giuro che il primo cannone nemico che vedrò, quel cannone sarà mio… è un’idea fissa che ho in testa: voglio si dica che il primo cannone guadagnato da Garibaldi in Sicilia, l’ha preso De Amicis. –

Tale davvero era l’ambizione di quel bravo e caro giovane, i cui occhi spiravano il coraggio; e quella nobile ambizione doveva costargli, come vedremo tra poco, la vita.»

I due raggiungono il piccolo esercito in marcia sotto il sole cocente. Durante una breve sosta, andarono alla ricerca di un po’ di acqua per dissetarsi e si presentò davanti a loro un contadino col camicione bianco, un vero e proprio bournous:

«Io e De Amicis che seguivamo la colonna a qualche distanza, eravamo scesi di carrozza; vedemmo per la campagna, sulla destra della strada, un gruppo d’alberi, e ci volgemmo a quella volta. I nostri passi non furono perduti giacché in mezzo a quegli alberi c’era una casetta bassa bassa, che sulle prime ci sembrò una stalla. L’uscio della casetta era mezz’aperto, e faceva capolino un uomo dal viso del colore della cioccolata, vestito d’un lungo camicione bianco, che ci guardava e sorrideva.

Guardando l’edifizio, il camicione dell’incognito abitante e quel sorriso, mi venne in mente la scena del Columella, dove si vedono i pazzerelli, e cominciai a fischiare la sinfonia della Semiramide [Rossini].

Mentre ci avvicinavamo a lento passo alla casetta, l’uomo dal camicione ci chiamò con la mano, e aggiunse a quel cenno un psi, che voleva dire: “Spicciatevi”.

Ci accostammo senz’ombra di sospetto, ma pieni di curiosità. L’uomo dal camicione, quando gli fummo vicini, spalancò l’uscio, e ridendo sempre con un’aria di malizia sopraffine, ci disse nel suo barbaro linguaggio:

– Eccellenze, entrate, ma fate che nessuno vi veda entrare, se no, con tanta gente… –

Capimmo subito che non si trattava di pazzerelli, ma di villani assai furbi, ai quali s’attagliava a capello il vecchio proverbio toscano: “Contadino, Scarpe grosse e cervel fino.”

Quel basso edifizio, infatti, non era se non la copertoia di una profonda e vasta cantina, tutta piena di grandissimi orci e di strumenti da fare il vino. C’era dentro un fresco delizioso e una fragranza di vino di Marsala che innamorava.

Due altri villani, vestiti alla stessa foggia, ci furono tosto innanzi con due bicchieri, e tolto il coperchio a un orcio, ci invitarono a bere. Attingemmo con le nostre riverite mani, e bevemmo: bevemmo roba degna della mensa dei cardinali e degna della mensa di Lucullo. Non era il vino fabbricato dall’Ingham [imprenditore inglese], ma era vino, fatto come insegnò a farlo Noè, e come usano tuttavia i possidenti della campagna marsalese. Vuotati i bicchieri, volevano i villani che facessimo il bis, ma io esclamai: “Troppa grazia, fratelli.” Allora ci fecero segno che empissimo le nostre borracce, ed in questo li compiacemmo volentieri, giacché non sapevamo quale albergo e quale cena ci avesse destinato la Provvidenza, dopo la lunga e penosa marcia.

Empito le borracce ci accomiatammo dai camicioni bianchi, i quali ci raccomandarono a tre voci e con un comico accompagnamento di cenni che non additassimo a nessuno dei compagni nostri quel misterioso albergo della frescura e del nettare siculo.»

Pagani e Bandi si ricongiungono alla colonna che, per ordine di Bixio, ha ripreso la marcia, ma:

«Vedendo che i nostri compagni marciavano penosamente ed erano tutti trafelati, dissi a De Amicis:

– Non è bene che andiamo in carrozza, bisogna dare il buon esempio. –

De Amicis acconsentì ridendo, e pigliammo anche noi la strada coi cavalli di San Francesco.»

Tanto contava l’onestà, anche nelle piccole cose. Mentre i Mille proseguono verso Salemi, la colonna napoletana del generale Landi raggiunge Alcamo. A Calatafimi, la popolazione insorge e inalbera il tricolore, ma poco dopo le truppe borboniche entrano nel paese e soffocano la rivolta. Il 13 e il 14 piove a dirotto. I garibaldini, che non avevano di che ripararsi, occupano Vita, un “piccolo borgo, case rustiche, molte catapecchie, una chiesa”, nella quale poi saranno ricoverati i feriti.

Il 15 maggio è il giorno della battaglia che avvenne in località Pianto Romano, una piccola altura (422 m) terrazzata a nord di Calatafimi, da cui dista quattro chilometri. I garibaldini si erano attestati sul vicino colle di Pietralunga (436 m). In questo modo, Garibaldi poté osservare bene lo schieramento avversario, mentre gli ufficiali borbonici non ebbero la possibilità di valutare esattamente le forze di quello garibaldino che credettero composto di pochi straccioni. Pochi volontari avevano le mitiche camicie rosse, acquistate nei lanifici biellesi. I più erano in borghese, vestiti allo stesso modo in cui erano partiti in fretta per Genova.

In linea d’aria, un paio di chilometri separano Pietralunga dal versante scosceso di Pianto. Sulla sinistra dello schieramento garibaldino, guardando il fronte avversario, passa la strada consolare. Calatafimi infatti è uno snodo viario importante fra Trapani, Marsala e Palermo.

Si combatté nelle ore più calde, dal mezzogiorno passato per un tempo, secondo alcuni testimoni, di tre ore e mezza ma, secondo Crispi, di un paio d’ore. Nelle pagine dedicate alla marcia di avvicinamento a Calatafimi, Abba descrive un sole “liquefatto”, una landa “ondulata” senza erbe, qualche uliveto e vigneto intervallato da coltivazioni di fave, cavalli selvaggi, rare capanne di pastori, filiere di fichi d’india, arbusti di sommacco, appezzamenti di grano. Sul colle di Pianto non sono rimaste che poche viti.

Le popolazioni dei dintorni erano accorse in gran numero per vedere il combattimento e avevano raccontato ai Mille una lugubre leggenda, che il nome di Pianto dei Romani derivava da un’antica battaglia durante la quale Segesta aveva sconfitto i romani all’epoca delle guerre puniche. Non era vero nulla, perché la parola “chianti” era il nome dato alle giovani viti e già nel XVII secolo le famiglie Romano e Colonna Romano, a poca distanza delle vigne del prelibato segestano, qui avevano impiantato i loro vitigni. I Mille non si fecero intimorire, anzi, considerando gli antichi romani come degli oppressori della libertà, ritennero l’esito del precedente leggendario scontro di ottimo auspicio.

L’anziano generale napoletano Landi, mandato a intercettare Garibaldi, aveva a disposizione circa 3000 uomini. Tuttavia, nel timore tutt’altro che infondato di una nuova rivolta delle popolazioni siciliane, era rimasto con una parte delle truppe a controllare Calatafimi. Pertanto, egli non comandò le operazioni nella battaglia di Pianto Romano, dove furono impegnati circa 2000 borbonici ben equipaggiati, sostenuti da un’efficiente fuoco di artiglieria e dotati di moderne carabine di precisione. Furono gli ufficiali di Landi a condurre improvvidamente la battaglia e a uscirne sconfitti e furono loro, insieme ai gesuiti, a infangare la memoria del generale, accusandolo di essersi venduto a Garibaldi.

L’avanguardia dell’8° cacciatori regi, un corpo di eccellenza, scese dalla sommità del colle su cui era attestato il grosso dell’esercito del re di Napoli, e iniziò ad avanzare verso il nemico. I garibaldini avevano l’ordine di attendere. I cacciatori esibirono i muscoli, manovrarono ordinatamente come in una piazza d’armi, convinti di dover affrontare una banda di straccioni. A un certo punto, Garibaldi diede l’ordine al suo trombettiere di suonare la sveglia. A quel suono, un momento di silenzio irreale scese su Pianto Romano. I borbonici si arrestarono stupiti e si resero conto di aver davanti uno strano esercito che non avevano mai conosciuto prima.

A questo punto, un gruppo di garibaldini guidati dai carabinieri genovesi si lanciò in avanti con l’intento di guadagnare le artiglierie, ma, nonostante l’ordine di alt, proseguì, costringendo le altre compagnie alla carica generale. Fu così conquistato d’impeto il primo terrazzamento. Pagani cadde nell’assalto al secondo terrazzamento. Prima di lui erano già morti il cameriere corso Desiderato Pietri, lo studente bergamasco Gaspare Tibelli e il carabiniere genovese Angelo Profumo.

Abba cantò nel poema Arrigo (1866) la morte di Pagani. L’autore non era soddisfatto di quei versi tanto che decise di non pubblicarli. Tuttavia, su pressione degli amici, li stampò nell’imminenza della partenza come volontario nella campagna del 1866. Abba usa l’endecasillabo sciolto, il verso della poesia epica e delle traduzioni dei classici. Questo è il passo:

Un prode alza la fronte, altero in volto

Guata intorno la scena, e un generoso

Pensier si sente balenar dal cuore.

– Morir! Che monta? A gloriosa morte

Noi ci votammo: irromperò primiero

La dove pronto a vomitar la strage

Sta quel bronzo in agguato, io l’inimico

Sgozzerò su quei carri. – Arditamente

Vince la roccia, e formidato [spaventoso] appare

In faccia all’oste [nemico]; ahi piangerà tua madre,

valoroso guerrier! Una tempesta

di piombo al prode sibilò d’intorno:

le braccia aperse, abbandonò la spada,

e resupino dal ciglion cruento

cadde, col moribondo occhio pel cielo

cercando il sole. A vendicarlo sorsero

cento compagni; e tra’ macigni il capo

e il petto offrendo alle inimiche canne

riassunser la pugna.

Dopo la battaglia, i caduti di ambe le parti furono raccolti in una fossa comune su cui fu posta una semplice croce in legno. Tutti insieme, italiani dei Mille e italiani dell’esercito borbonico. Garibaldi fece ricoverare i napoletani feriti nella chiesa di Vita accanto ai suoi. Li visitò, ne lodò il comportamento in battaglia e, una volta guariti, li fece liberi di andarsene e di scegliere se stare con lui o ritornare a combattere per il loro re. Tra i garibaldini feriti a Calatafimi, ci furono anche due novaresi Francesco Canetta di Oggebbio e Pietro Galoppini di Borgosesia. Il Verbano ela Valsesiafacevano parte allora della provincia di Novara.

In seguito, i resti dei caduti furono raccolti nell’ossario monumento di Pianto Romano, costruito su progetto dell’architetto siciliano Ernesto Basile in pietra calcarea di Alcamo e inaugurato, benché non fosse ancora compiuto, il 15 maggio 1892.

Lì, nell’ossario, sono conservati i resti di Costantino Pagani.

Il 24 maggio, nove giorni dopo Calatafimi, si riunì il Consiglio Comunale di Borgomanero che, su proposta del sindaco Tornielli, deliberò unanime di sottoscrivere cento lire “ai nostri generosi fratelli di Sicilia, che da oltre un mese sostengono una lotta terribile, di vita e di morte, contro i loro oppressori per riavere, per riscattare la propria dignità, ed indipendenza”. Esauste le finanze comunali e impossibilitato a versare di più, il Consiglio:

«fa voti che anche tutti questi cittadini vogliano concorrere coll’obolo loro, e per quanto sta nella rispettive finanze all’esecuzione di un concetto eminentemente italiano, e di così importante significazione

La battaglia di Calatafimi non può essere giudicata da un punto di vista strettamente militare. Ebbe un’importanza storica decisiva. Senza la vittoria dei Mille nel primo scontro, non ci sarebbe stata l’unificazione italiana, sarebbe stata rimandata o non ci sarebbe mai stata. Magari qualcuno oggi ne sarebbe contento, ma sicuramente saremmo in un paese e in una condizione molto diversa e molto meno felice di quella in cui ci troviamo ora.

Fu una battaglia durissima. Il colle di Pianto Romano fu conquistato con la baionetta. I garibaldini avevano 10-15 cartucce a testa e i loro fucili, che non tiravano più di400 metri, erano ferrivecchi. I fucili buoni erano rimasti bloccati a Milano per volontà del governo di Torino. I volontari erano pure male calzati. L’approvvigionamento delle scarpe era uno dei tanti problemi urgenti che l’intendenza garibaldina doveva affrontare. Così qualcuno marciò e andò all’assalto scalzo, coi piedi piagati e sanguinanti.

Ricorda Bandi: “Garibaldi ci aveva detto, che il fucile non dev’essere se non il manico della baionetta”. E allora, bisogna guardarla in faccia una baionetta. Basta andare in un Museo del Risorgimento per trovarne un largo campionario, di tutte le fogge e di tutte le dimensioni. Quelle baionette sono segno del punto a cui può arrivare la crudeltà umana e l’orrore della guerra, perché erano fabbricate per lacerare le carni, per infliggere ferite profonde che s’infettassero – allora non esistevano antibiotici – e che provocassero una morte lenta e dolorosa.

E poi ci sono i morti. Secondo alcune versioni, il bilancio di Calatafimi fu di 33 morti e 174 feriti tra i garibaldini e di 35 morti e 118 feriti tra i borbonici. Il prof. Carlo Cataldo, che per lungo tempo ha studiato la battaglia sul luogo dove si svolse con particolare attenzione alla presenza e alla partecipazione dei siciliani, ha raccolto nomi e generalità di 41 morti e 126 feriti tra i Mille, 7 morti e 20 feriti tra i picciotti e una trentina di morti e 62 feriti tra i borbonici.

Al Volturno, la battaglia che chiuse la spedizione dei Mille, i morti garibaldini furono più di 300 e i feriti oltrepassarono i 1300. Dei primi 1089 volontari sbarcati a Marsala, secondo Abba, 78 morirono nella campagna del 1860, altri caddero nelle campagne successive tra il 1862 e il 1870; molti morirono di tisi, una vera piaga sociale; altri impazzirono e “troppi si spensero da sé, non rimasti abbastanza forti nella vita”. E su questa triste condizione pesò indubbiamente la scarsa considerazione che il nostro Paese ha riservato a questi ragazzi e all’impresa che avevano compiuto.

Dei novaresi che partirono da Quarto nessuno si arricchì tranne chi già era ricco in precedenza. Non si arricchì Garibaldi. Rischiò di perdere Caprera, l’unico bene che possedeva per sé e per i suoi figli e solo l’aiuto anche finanziario degli amici e dei compagni più fidati lo salvò.

“Sfortunato quel popolo che ha bisogno di eroi”, scrive Bertolt Brecht nella Vita di Galileo. Ed è vero, perché in definitiva l’eroe, il martire ci solleva dalle nostre responsabilità individuali nella storia.

Invece, Pagani era un giovane come tanti, morto a 23 anni: lui la sua responsabilità personale nella storia se l’era presa.

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