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a cura di Alberto Temporelli – Articolo tratto da “il Voltone” anno 2011 – num 1

La bachicoltura ha rappresentato un’attività rurale già presente nel Seicento e che ha avuto un notevole sviluppo in Italia negli anni Trenta del Novecento grazie agli inteventi di promozione dell’era fascista. Era una delle principali risorse di una famiglia contadina o di una grande azienda agricola. L’allevamento del baco da seta era particolarmente fiorente nella zona collinare dove crescevano gli alberi da gelso le cui foglie costituivano l’alimentazione base dei bachi.

La razza preferita era quella giapponese ottenuta dai semi dei cartoni. Il Bianchetti ricordava che il metodo più diffuso dell’allevamento del baco da seta era il metodo Reina che prendeva il nome da una famiglia di Como. Esso consisteva nel tenere i bachi da seta “sempre rari e ben pasciuti, sempre netti e dopo la terza muta al sommo ventilati ed in luoghi freschi perché appunto sono creati per essere esposti alla pien’aria sugli alberi, sempre netti ove soggiornano e sempre provvisti a sazietà di cibo” [1]. Poche erano le famiglie che possedevano un apposito fabbricato (bigatera) per l’allevamento del baco da seta, perciò venivano sfruttati tutti i locali della casa a disposizione: la cucina, il fienile, il granaio, le camere da letto. Solitamente in queste stanze si stendevano delle stuoie lunghe circa due metri e mezzo, larghe un metro e venti centimentri, che venivano disposte su tanti piani orizzontali alla distanza di mezzo metro l’una dall’altra in modo da permettere l’aerazione e la pulizia dei bachi.

Le uova venivano acquistate ad once (un’oncia rendeva circa un quintale di seta). Ai primi caldi primaverili, la famiglia contadina trasformava i locali della propria abitazione in un piccolo laboratorio, dove soprattutto le donne si prendevano cura del baco da seta, seguendo tutte le varie tappe dell’allevamento: le mute, la costruzione del “bosco”, l’eliminazione dei bozzoli putridi, l’avvolgimento del filo (liberato manualmente nell’acqua bollente dalla sericina) negli aspi.

Se la schiusa non avveniva nel termine previsto, le donne se lo portavano nel petto “dove la sortita provocata dal calore animale si sollecita”, fino alla benedizione di San Marco quando le uova venivano portate in processione per essere benedette. I bachi (bigàt) incominciavano a nascere verso la fine di aprile. Dopo la schiusa, i bachi venivano posti su graticci di vimini ben coperti ed alimentati con foglie di gelso asciutte, fresche, pulite e frantumate. “Il primo baco che spunta dicesi cavallaio, e se ne tace la notizia alla vicina per non essere fascinato” [2]. Con la crescita dei bachi aumentava anche il loro appetito, per cui il lavoro dei bachicoltori si faceva sempre più impegnativo nel fornire l’alimentazione adeguata che era costituita dalla foglia di gelso. La tensione si allentava nei quattro momenti di stasi, nei quali si verificava la muta. Il baco, alla fine della quinta età larvale, cessava di rodere, era giunto allora il momento di filare il bozzolo. A questo punto, la famiglia allestiva il “bosco”, costituito da rametti di erica intrecciati e posto nei granai o in soffitte opportunamente oscurate. Per mezzo della filiera, un organo posto sotto la bocca, i piccoli animali cominciavano ad emettere la bava per filare il bozzolo, in cui si verificava la metamorfosi in crisalide e poi in farfalla. Questo processo durava circa tre giorni, fino ad ottenere una bava lunga circa 1200-1300 metri. All’interno del bozzolo la larva impiegava altri due giorni per trasformarsi in crisalide. Una volta completata la “ninfosi”, la farfalla emettendo una secrezione rossiccia, scioglieva la sostanza gommosa agglutinante che univa i fili, per venir fuori. Nell’arco di pochissimi giorni si consumava tutto il ciclo del “filugello”: l’accoppiamento, l’ovideposizione ed infine la morte. Per l’utilizzazione della seta, bisognava intervenire prima dell’uscita della farfalla dal bozzolo, lo sfarfallamento avrebbe danneggiato irrimediabilmente la qualità del bozzolo e quindi reso impossibile il lavoro di raccolta del prezioso “filo di luce”. Durante tutte le fasi della lavorazione (trattura, incannatura, torcitura) le millenarie procedure venivano intervallate talvolta da riti propiziatori. A questo punto i bozzoli venivano raccolti, ripuliti dalla lanugine esterna, selezionati e consegnati ai commercianti che li portavano alla filanda. Ogni bozzolo poteva offrire da300 a1500 metri di filo di seta.

Verso la fine dell’Ottocento la cascina di S.Giovanni di Cressa venne acquistata dai fratelli milanesi avv. Ignazio Meda fu Gerolamo, notaio a Suno nei primi decenni del ‘900, e Luigi Meda fu Gerolamo commerciante di bozzoli da seta. Oltre alla cascina S. Giovanni i fratelli Meda acquistarono anche una cascina di S.Cristina che in seguito prese il loro nome: appunto la “cascina Meda”, considerata l’unico esempio nel Borgomanerese di cascina a corte chiusa. La cascina, posta al centro di un vasto appezzamento, è costituita da un complesso di edifici a pianta rettangolare. il più antico dei quali risale al XVII secolo In altri periodi (1816 e 1832) vennero aggiunti altri edifici. Luigi Meda ubicò nella masseria un essiccatoio per bachi da seta, un secondo essiccatoio per bachi era stato collocato nella cascina S. Giovanni sempre di proprietà dei Fratelli Meda. Oltre alla cascina di S. Cristina e le terre circostanti, Luigi Meda era proprietario di 550 pertiche di terra nel territorio dei comuni di Cressa e Suno.

Il perito agrimensore geom. Annibale Bertotti [3], che possedeva un avviato Studio di Ingegneria Agraria a Borgomanero e a Suno, era l’ uomo di fiducia, l’agente e l’agrimensore di Luigi Meda. Si occupava oltre che dei possedimenti dei fratelli Meda, anche di mantenere i rapporti con alcune ditte di bachicoltura che rifornivano i semi dei bachi da seta che venivano poi inviati in Italia. Fra queste ditte ricordiamo quelle francesi di E. Rocheblave e di Philippe Fabre di St. Maxime-sur-Mer (Var); lo stabilimento bacologico di Giovanni Quirici di Milanola; la ditta Scotti Luigi & Figli di Muggiò in Brianza; il Premiato Stabilimento di Bachicoltura di Pietro Caspani di Caslino di Lomazzo (Como) e Miglianico e Ripa Teatina (Chieti), a cui solitamente il Bertotti si rivolgeva per ricevere il seme da baco come risulta dalla corrispondenza datata 1898-1903.

In una lettera inviata da Miglianico il 7 giugno 1898 al geom. Bertotti si legge: “Egregio Signore, le mie coltivazioni di seme di bachi, fatte in questo Abruzzo che, dalle illustrazioni bacologiche d’Italia, venne dichiarata la migliore località per la riproduzione, sono ormai bozzoli classici, e sanissimi. Il baco ebbe un andamento regolare e sempre di perfetta uguaglianza. Le notizie che sino ad ora ho dalla mia piccola clientela sono buone; ciò mi fa lieto essendo il miglior compenso che agogno d’avere e m’incoraggia perseverare nella via tracciata di non badare a spese e sacrifici, pur di conseguire sempre più il perfezionamento della mia limitata produzione, affidando a mezzi scientifici e a non volgare reclame la sua raccomandazione. La prego pertanto della sua fiducia e perché le commissioni, per l’allevamento 1899, mi sieno qui inoltrate per tempo onde io possa oltre che tenerne calcolo, soddisfare alle sue domande e bisogni colla più assoluta precisione. In attesa di suoi pregiati comandi. La riverisco ben distintamente. Obbl.mo Pietro Caspani.” I tipi di seme offerti dalla ditta Caspani erano il Giallo indigeno, il Giallo Cinese, il Bianco Cinese e Giapponese che costavano lire 12 all’oncia (gr. 30); gli incroci con Bianco Cinese, Giallo Cinese, Bianco Giapponese e il Poligiallo costavano lire 13 per ogni oncia.

Il seme veniva conservato in un apposito frigorifero e consegnato in scatole suggellate o in custodie chiuse. All’atto del ritiro veniva versato l’importo del seme di baco.

In un documento si legge quali erano le norme per la conservazione del seme da baco: “Il miglior seme se non è custodito con tutte le cure dovute fino al giorno che si mette nell’incubazione è molto suscettibile di non dare bozzoli. Gli sbalzi di temperatura l’indeboliscono. Appena ricevuto il seme lo si dovrà togliere dalla cassa e collocare le scatole che lo contengono in un locale asciutto ed arieggiato. In detto locale la temperatura dovrà mantenersi fino al momento dell’incubazione fra + 6° e +8° R, al più 10°, avvertendo di raggiungere quest’ultima il più tardi possibile. Una volta raggiunta la temperatura di + 10° non si dovrà mai ritornare indietro. A +10° l’embrione si muove, comincia a formarsi. Retrocedendo con la temperatura, l’embrione viene a fermarsi bruscamente, sono interrotti i processi che nell’interno dell’uovo stanno compiendosi e l’embrione soffre e si indebolisce. Il seme che raggiunto i + 10° avrà subito un abbassamento di temperatura darà nascite stentate, imperfette e quei bachi nati verranno su miseri, tristi, tisici, destinati a soccombere o a fare poco. Se quindi, per difetto del luogo di conservazione, non si può mantenere la temperatura sotto i +10°, osservare rigorosamente che la temperatura non oltrepassi i +12°. Aggirandosi fra i +10° e i +12°, non si può pretendere di avere fatto subire al seme un periodo razionale di custodia, perché tanto a + 10° che a +12°, l’embrione movendosi soffrirebbe immensamente un abbassamento di temperatura possibile nei locali ordinari, ma mantenendo tale temperatura si anticiperà l’incubazione senza aver nociuto al seme. Nel far le consegne ai clienti il seme non si dovrà mai portare sulla persona, per evitare un aumento di temperatura che potrebbe essere fatale, ma sebbene in una cassetta munita di fori per la necessaria areazione, tenendola riparata dai raggi del sole.”.

Nella cascina di S. Giovanni di Cressa venivano venduti agli agricoltori locali i semi di baco e sempre nella stessa cascina venivano in seguito raccolti i bozzoli pronti per essere lavorati. Nell’anno 1898 la ditta Meda di Cressa vendette semi di baco a coltivatori che provenivano da Auzate, Agrate Bogogno, Borgomanero, Gattico, Suno e Veruno, che qui sotto elenchiamo:

Julita Giuseppe di Pietro, Visconti Giovanni di Agrate. Antonioli Giulio di Auzate. Agazzoni Andrea fu Antonio, Marini Luigi oste, Sacco Valente, di Bogogno. Mora Battista della cascina Monello, Mora Giovanni di S.ta Cristina di Borgomanero. Colombo Carlo Molinari Giuseppe della cascina Pibbia, di Gattico. Cupia Gaudenzio fu Genesio, Sacchi Giorgio fu Carlo, di Suno. Agazzini Carlo fu Stefano, Agazzini Giovanni falegname, Agazzini Giovanni fu Stefano, Agazzini Luigi fu Giovanni, Agazzini Giovanni fu Francesco, Bellini Pietro, Borre Carlo, Borre Celestino, Borre Cherubina, Borre Giovanni, Borre Giuseppe, Borre vedova Maria, Castelletta Giuseppe, Conelli cav. Avv. Carlo, Craveri Anastasia, Crevacore Giuseppe fu Carlo, Crevacore Giuseppe fu Luigi, Ferrara Luigi fu Luigi, Giacometti Battista calzolaio, Giacometti Luigi fu Filippo, Giacometti Serafino, Gioria Giuseppe fu Gaspare, Guenzi Luigi, Molinari Carlo, Omarini Bernardo, Omarini Giovanni, Odinotti Agostino, Poletti Filippo, Poletti Pietro, Ruga Giuseppe, Sacchi Marianna, Silvestri Carlo, Temporelli Giuseppe fu Antonio, Vecchio Giovanni fu Francesco, Vecchio Giuseppe fu Pietro, Zanardi Pietro della cascina Bissona, tutti di Veruno.

Una volta terminato il raccolto, questi stessi contadini consegnavano i bozzoli all’azienda di Meda Luigi nel cascinale di S. Giovanni, dove si procedeva alle operazioni di ammasso e di soffocazione dei bozzoli, quindi si faceva la cernita degli stessi depurati dallo scarto. Compiuta l’essicazione, i bozzoli venivano venduti alla filanda. La quantità di bozzoli che veniva annualmente raccolta nella cascina S. Giovanni era di circa 20-25 mila chilogrammi. Non si poteva ammassare una quantità superiore di bozzoli perché la capienza dei magazzini non lo consentiva.

Nel gennaio 1908 la ditta Luigi Meda fece richiesta alla Società Elettrica del Pellino con sede a Borgomanero di portare l’energia elettrica in regione S. Giovanni, sia per l’impianto a motore adibito alla ventilazione dell’industria bozzoli, sia per l’illuminazione di tutti i locali dei fabbricati, dell’abitazione e delle dipendenze. Il preventivo stilato dalla Ditta Pellino prevedeva una spesa di lire 910 per l’impianto a motore e di lire 870 per l’impianto di illuminazione dell’azienda e dei fabbricati. Il 14 aprile 1921 fu effettuato un altro preventivo per l’impianto di illuminazione elettrica di lire 545 e per l’impianto di un motore trifase da cinque cavalli di lire 700. Il 21 aprile 1914la Societàdel Pellino garantiva l’illuminazione alla Ditta Meda per un minimo all’anno di Kwh 350 e per il servizio dell’essicatoio dei bozzoli per un periodo non superiore di 20 giorni continuativi nei mesi di giugno-luglio.

Le proprietà di S. Giovanni di Cressa in Baraggia di. Luigi Meda in data 1°gennaio 1930 avevano una superficie complessiva di pertiche 202, 17, 6 che erano così suddivise:

Tipologia del terreno

Superficie in pertiche

Terre arative e orti dei colini

102, 2, 8

Prati asciutti

5, 18, 1

Prati irrigui

54, 14, 5

Boschi, pascoli e ripe boscate

16, 17, 4

Incolti e strade

5, 18, 2

Case e portici, cortili, giardini e ortaglia padronale

13, 18, 10

L’11 luglio 1930 Luigi Meda concluse la sua esistenza terrena a Cressa. Ne piansero la morte i figli geom. Gerolamo che gestiva l’Agenzia di Automobili Meda & Repossi di Novara, il figlio Gian Mario che si trovava in quell’anno temporaneamente in America, la figlia Anna Maria col fidanzato dott. Cesare Bacchetta, l’affezionata Pierina Pontiroli, la sorella Maria vedova Scotti, il fratello dott. Carlo e i parenti tutti. I funerali ebbero luogo domenica 13 luglio alle ore 10, partendo dalla sua proprietà di S. Giovanni di Cressa.

 


[1] C.BIANCHETTI, Istruzione pratica sul governo dei bachi da seta, Novara, cfr. O.RINALDI, Cultura agronomica del Novarese, Novara, 1980, p.73.

[2] Cfr. V. PALUDA, Calabria prima e dopo l’Unità, vol. I, a cura di A. Marinari, Laterza, Roma-Bari 1977, p. 149.

[3] Annibale Bertotti nacque il 2 marzo1881 a Fara Novarese figlio di  Giovanni Gaspare fu Pietro e di Baccalaro Maria fu Antonio. Nell’anno 1910 conseguì il diploma professionale di Perito Agrimensore nell’Istituto Tecnico Fabrizio Mossotti in Novara, lavorò nello studio della Ditta Andrea Ambrosini di Borgomanero negoziante in Coloniali e legnami di Borgomanero negli anni 1890-1892, quindi si applicò nella sua professione di agrimensore aprendo uno studio a Borgomanero e operando nei paesi di Suno, Agrate, Bogogno, Cressa, Revislate e Veruno, Carpignano Sesia e Fara Novarese. Svolse pure attività nello studio del sig. Contini Enrico da Ternate che acquisì le terre del cav. Serazzi nel territorio di Veruno.

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