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Tratto da “La Riviera di S.Giulio Orta e Gozzano” del Canonico Angelo Fara – 1861

Cesara Oratorio della CiovandaFra i rivieresi colui, il quale non espatria in procaccio di migliore fortuna, è dato all’agricoltura, o ad opere manuali e fabbrili, ed a queste ultime attendono maggiormente quelli di Ameno, di Pisogno, di Pettenasco, di Cesara e di Arola.

Le donne, quando il rigor del verno non le tiene nelle loro casipole intanate, o escono ai lavori di campagna, o portate fuori loro sedie impagliate, mettonle agli usci, e fatta sala della via, una fa calzette co’ ferruzzi, un’altra dipana, quale annaspa, quale cuce: insomma tutte fanno il loro mestiere particolare; e in ciò sono divise, ma parlano in comune dallo spuntare fino al tramontare del sole.

Ciò pure interviene alla sera radunandosi alcune in una casa, alcune in un’altra, e trattando il fuso e la canocchia. E per giunta al cicaleccio avvi anche qualche madre, od avola, o zia, la quale non sapendo come meglio educare il piccolo fanciullo, che le sta vicino alquanto irrequieto, tirando orecchi, dando ceffate, e con le aperte palme il tenero cularello percuotendo lo fa stridere e gridare quanto gli può escire dalla gola, tantochè talvolta s’ode un coro di fanciulli che piangono, di donne che rinfacciano la crudeltà alla comare, e di comare, la quale sostiene il suo metodo e fa le sue difese. Sembra da alcuni dei nostri volersi conservare la loro schiatta propria sincera, non commista ad altra di fuori, dacchè i giovani non si maritano che a zitelle compaesane, per istringere più gli animi e obbligare le famiglie, quasi temendo per matrimonio forastiero di imbastardire. A questo ostracismo attribuiscono alcuni il non vedersi quivi generazioni alquanto belle.

Generalmente ogni madre de’ suoi figlioli è balia, i quali appaiausi robusti e fatticci come i padri loro: ma esse e le loro figlie forse di soverchio sottopongonsi a grossi ed enormi pesi, e la durano ad eccessive fatiche. Ciò dico de’ paesi montani ed agricoli, nei quali è continuo il vedere quelle giovinette un po’ brunotte per amor del sole, tarchiate e ritonde, che sembrano mezze colonne di marmo state sotterra parecchi anni, starsi a rappianar i magolati e tener netti i solchi, sarchiare e mieter il grano, coglier erba su scoscese balze, nei boschi a far legna, nelle selve a razzolar strame, e sempre ridenti in volto, sempre giulive fra il canto di quelle canzoni, che loro ricordano i patrii monti, e le valli, i boschi amici, e un cuore che le aspetta, e la cara libertà; e da quei sentieri ardui e dirupati discendere franche e balde sebbene ansanti, e di sudore molli per l’enorme peso sulle spalle.

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